N.0017 – 250218 – The Bar

Il fumo avvolgeva ogni cosa come ovatta e conferiva agli oggetti e alle persone un’aria di effimera magia. I bicchieri vuoti sul bancone di mogano formavano una fila disordinata, unica traccia delle parole confuse che si erano materializzate poco prima. Dall’altra parte del bancone, un uomo corpulento, calvo, molto sudato, asciugava, senza molta voglia, i bicchieri appena estratti dalla lavastoviglie. Su una delle pareti accanto al bancone, in una cornice economica, l’immagine di una bambina dai lineamenti delicati. Di fronte al barista un uomo, unico avventore a quell’ora così tarda, era magro e piuttosto pallido, indossava vestiti scuri di taglio sartoriale anche se piuttosto logori, dal suo labbro pendeva una sigaretta perennemente accesa. “Fammene ancora uno.” Disse il cliente tenendo lo sguardo basso sul bancone al quale era stancamente appoggiato. “Agli ordini! Purché sia l’ultimo e tu te ne vada presto, non ho voglia di stare qui con te tutta la notte!” Rispose il barista riempiendo il bicchiere che aveva in mano. Nel locale si diffondeva una musica, un blues lento che nessuno ascoltava ma che faceva compagnia ai due uomini, come il fuoco di un caminetto acceso ignorato da tutti ma che scalda l’ambiente. L’avventore bevve un sorso dal bicchiere, non era più molto sobrio. “Sai… barista… come ti chiami barista?” Bofonchiò dopo aver appoggiato il bicchiere. “Ben.” Rispose il barista con tono distratto continuando ad asciugare bicchieri. “Ben, un nome da bonaccione… Io sono William. Ben, un nome da grassone…” Continuò il cliente con la voce alterata da almeno due whiskey di troppo, Ben gli rivolse un’occhiataccia senza rispondergli. “Beh Ben, lascia che ti racconti cosa mi è successo, poi pago e me ne vado, facilmente non ci vedremo più.” “Basta che sia breve, tempo dieci minuti, chiudo e vado a casa, aggiungici il fatto che a me della tua storia non interessa un fico secco.” Disse Ben passando un panno piuttosto consunto sul bancone cercando di evitare William che vi appoggiato. “Come vuoi Ben ma fatto sta che un po’ di tempo fa, un tizio, uno che ho incontrato in un bar che assomigliava a questo, gira gente strana nei bar, non trovi?” Ben fece un gesto eloquente con la mano e continuò ad occuparsi delle sue faccende senza nemmeno voltarsi. “Insomma ero nuovo in quella dannata città ed avevo bisogno di pubblicità per la mia attività… Ho un’azienda di onoranze funebri…” Proseguì William che stava riacquistando un’improvvisa sobrietà nonostante i numerosi whisky che aveva bevuto. Ben alle parole “onoranze funebri” si fermò, prese una delle sedie che aveva già rovesciato su uno dei tavoli e vi ci sedette. William si voltò, il fumo della sigaretta del becchino continuava ad aleggiare nel locale assieme al blues. L’uomo vestito di scuro si appoggi voltato di spalle al bancone e continuò il suo racconto. “Ero nuovo in città e volevo farmi pubblicità, così decisi di frequentare il bar che si trova nella piazza principale di questa città, un locale pieno di fumo e di whisky dove girava gente di tutti i tipi. Una sera entrai in quel locale e notai appoggiato al bancone uno strano tipo, doveva essere uno straniero anche lui perchè i suoi abiti erano decisamente troppo eleganti per un postaccio del genere, di certo non mi facevo troppe domande, per me era sufficiente lasciare qualche biglietto da visita ed aspettare che qualcuno si decidesse a farsi… vivo, in Mason Lane, dove avevo preso in affitto una specie di ufficio. All’improvviso una voce risuonò alle mie spalle: “Sei un becchino vero?!” Il tono era piuttosto minaccioso, la voce era distorta come quella di chi ha nelle vene più alcool che sangue, mi voltai, era l’uomo che avevo notato poco prima, annuii. “Sì, mi occupo di onoranze funebri, le posso essere d’aiuto in qualche modo?” Continuai cercando di mantenere il mio conseuto distacco. Il tizio si appoggio malamente al bancone e mi disse: “Vuoi sentirla una storia davvero brutta? Poi ti dirò cosa mi serve”. “Certamente signore, se la posso aiutare, volentieri” Risposi io gentilemente. “Bene becchino! Prenditi uno sgabello, un doppio Jack e ascolta bene!”. L’uomo dagli abiti eleganti inizio a parlare: “ A Baton Rouge c’è un piccolo cippo a ridosso di quel maledetto muro di Trenton Street, una piccola targa d’ottone oramai ossidata dalla pioggia e dal vento, su quella targa una scritta: “Agnese 1925 – 1926 B.M.”. I passanti camminano e non ci fanno più caso eppure fino a pochi anni prima al posto di quel cippo c’era una bambina dagli occhi neri vestita di stracci che suonava una gusla, suonava melodie tristi ma dolcissime come doveva essere stata la sua anima. Quasi tutti i giorni passava di lì un uomo dagli abiti piuttosto eleganti con una valigetta dalla forma sinuosa e dal cappello con una piuma svolazzante, ogni volta si soffermava alcuni istanti ad ascoltare le note suonate dalla bambina dagli occhi neri e sorrideva, anche la bambina sorrideva, poi l’uomo lasciava cadere un quartino nella ciotola di latta tutta ammaccata che si trovava di fronte alla bambina e se ne andava. Un giorno quell’uomo notò accanto alla bambina una bambola di pezza fatta a mano e in modo anche piuttosto grossolano ed incuriosito chiese alla bambina chi fosse quella bambolina. La bambina con la voce squillante dei suoi undici anni rispose che era Agnese e che gliela aveva lasciata un passante il giorno prima, poi continuò dicendo che quella era la sua amica del cuore. L’uomo dalla valigia sinuosa sorrise e dopo aver lasciato il solito quartino nella ciotola proseguì lungo la via accompagnato dal sottofondo malinconico della gusla della bambina. Il natale si avvicinava e tutti erano impegnati con gli acquisti e passavano davanti alla bambina che visibilmente infreddolita continuava a suonare quello strano violino, i suoi occhi scuri sembravano quasi addormentati per il freddo e per la fame. Le carrozze passavano veloci sollevando spruzzi d’acqua e neve. Una di quelle maledette carrozze ad un certo punto sembrò essere impazzita, sbandò prima da una parte e poi dall’altra, il conducente urlava a tutti di farsi da parte finchè non si udì un rumore sordo di legno spezzato, una melodia interrotta da un’improvvisa stonatura, un urlo acuto soffocato, vociare di gente. Dalla carrozza scese quell’uomo elegante con il cappello dalla piuma svolazzante, era sconvolto e si precipitò verso il punto dell’impatto dove trovò una bambina a terra con un rivolo di sangue che le scendeva tra i capelli corvini, i suoi occhi neri come la notte avevano assunto il colore opaco della nebbia. La tenne tra le sue braccia per alcuni istanti, la pioggia scendeva e la gente attonita guardava la scena senza muovere un dito. Nel frattempo qualcuno aveva chiamato i Gendarmi ed un’ambulanza, ma era tutto inutile, quando arrivarono non fecero altro che portare via quel corpicino senza vita e fare alcune domande al conducente della carrozza. L’uomo dal cappello elegante raccolse la gusla, che a parte la corda spezzata era ancora in buone condizioni, e la bambolina, poi se ne andò in silenzio. Nei giorni seguenti fece prepare da un artigiano quel cippo che ancora si può vedere a Trenton Street anche se ora nessuno ci fa più tanto caso. La gusla invece la tiene con se, ha imparato a suonarla, non è tanto dissimile dal suo violino, la tiene stretta a se e la suona quando vuole ritrovare qualche istante si serenità, quando vuole rivedere quegli occhietti neri come la notte… “E’ Agnese è la mia migliore amica”. Alla fine del racconto rimasi piuttosto allibito, evidentemente l’uomo di cui stava parlando era lui stesso, ma cosa mi avrebbe chiesto? Lo guardai fisso negli occhi, aveva smesso di parlare, c’era solo il fumo attorno a noi, tutto il resto sembrava quasi non esistere, poi come un tuono: “Becchino! Giudicami! Tu che vedi la morte ogni giorno, per te la morte è un lavoro, la morte non ti scalfisce, solo tu puoi giudicarmi!” Non sapevo come rispondere alle sue parole, era evidentemente ubriaco eppure doveva avere un grosso peso a causa di quella faccenda. “Senta signore, io non posso giudicare nessuno, io mi occupo di chi è già stato giudicato, mi dispiace” Dissi con voce gentile ma sicura. Lui mi guardò con odio e poi si accasciò sul bancone, io decisi che era il caso di lasciare quel luogo, tuttavia decisi che non appena ne avessi avuta la possibilità sarei andato a Baton Rouge.” Così si concluse il racconto di William. Ben era rimasto ad ascoltarlo silenzioso per tutto il tempo. Il becchino si voltò verso di lui e notò che aveva gli occhi gonfi di lacrime. William si avvicinò al barista e gli appoggiò una mano sulla spalla. “È tutto finito Ben, so tutto, Agnese era tua figlia, lo so, l’avevo saputo fin dall’istante in cui ho messo piede qui, ma ora non piangere più.” Ben sollevò la testa e guardò lo strano avventore, il suo viso appariva disteso e disse: “È ora?” “Sì Ben è ora, seguimi, Agnese ci attende qui fuori.” Il barista si alzò in piedi e seguì William verso la porta del locale, i due uomini uscirono dal bar, fuori ad attenderli c’era una bambina dagli occhi neri vestita di stracci che suonava una gusla, suonava melodie tristi ma dolcissime come doveva essere stata la sua anima , il fumo che si trovava all’interno seguì i due uomini all’esterno del locale e li avvolse assieme alla bambina. Tutti e tre scomparvero in una folata di vento.

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