Mese: marzo 2018

N.0021 – 290318 – In To The Deep

 

images1038466123.jpeg– Quanto fa freddo nell’oceano?
– Dipende dalla latitudine, puoi avere temperature vicine ai 30° C vicino all’Equatore e di 2° C nei pressi dei Poli.
Il bambino annuì e ritornò a guardare fuori dalla finestra che dava sul retro del palazzo, verso una specie di giardino maltenuto. Vivere in periferia aveva i suoi piccoli vantaggi, ad esempio, non essendoci molte luci nei paraggi era possibile osservare il cielo notturno e distinguere le stelle se non c’erano molte nubi.
La mente del bambino in realtà non stava viaggiando nello spazio interstellare, non quella sera almeno, egli si trovava sul fondo dell’oceano Atlantico, in un punto imprecisato fuori da qualsiasi rotta marittima, camminava sul fondo, semplicemente, nel buio più totale, da bambini si può, guardando fuori da una finestra si può. Camminando nel buio e nel silenzio totali il bambino sentiva l’acqua sul viso, stranamente poteva respirare, anche se un po’ a fatica, non sentiva a malapena la pressione della profondità. D’un tratto sentì sotto il suo piede la presenza di un oggetto, si chinò e lo raccolse, sembrava un ciondolo o forse era un vecchio orologio da tasca, lo strinse nella mano per qualche istante, come a volerlo scaldare, poi lo mise in tasca. Il bambino non vedeva nulla in quell’oscurità, eppure percepiva la presenza di qualcuno che si trovava in quel luogo da molto tempo. Proseguì a piccoli passi sul fondo per un po’, poi decise di risalire. Ecco ora si trovava in superficie, a pochi metri di altezza, in sospensione, la luna illuminava la superficie increspata ed infinita dell’oceano, silenzio, quello che ispira le preghiere. All’improvviso tutto scomparve.
– È pronto in tavola! Corri a lavarti le mani, sbrigati!
Era la voce della mamma chiamava a raccolta la famiglia per la cena. Nel frattempo fuori aveva iniziato a piovere abbastanza forte, le gocce attraversavano come traccianti le luci delle insegne al neon dalla parte del palazzo che dava sulla strada principale. Il bambino chiuse la finestra proprio mentre alcuni metri sotto di lui passava la metro, lo stridore sferragliante dei vagoni venne si smorzò ed in casa ne entrò solo un’eco. All’improvviso un frastuono entrò violentissimo dalla finestra attraversò il vetro, senza romperlo e si schiantò contro gli orecchi dei commensali. Tutti si alzarono di scatto ed accorsero alla finestra per vedere cosa fosse accaduto. All’esterno una cabina telefonica era sparpagliata sul marciapiede, pezzi di alluminio e vetro sparsi nel raggio di dieci metri. Una ragazza dai capelli a caschetto, pallidissima e dalle labbra rosse come il fuoco, con gli occhi scuri, era stesa
a terra ed un rivolo rosso usciva dalla sua bocca confondendosi con il colore scarlatto delle sue labbra truccate, quegli occhi scuri erano spalancati ma non avrebbero più guardato la città, non avrebbero più cercato di coglierne le sfumature, le differenze, le insegne accese, quelle alle quali mancavano delle lettere che si erano fulminate. La mamma coprì d’istinto gli occhi del bambino, ma era ormai tardi, aveva già visto quello che era accaduto laggiù in fondo al palazzo.

N.0020 – 170318 – Lost In Space

1703019Recentente sono stati descretati alcuni documenti del KGB risalenti alla fine degli anni ’50 del secolo scorso secondo i quali non fu Jurij Gagarin il primo uomo a volare nello spazio nel 1961. Nei documenti descretati risulterebbe la missione di un altro cosmonauta mandato in orbita qualche mese prima di quella del militare di Klusino. Tuttavia, la sorte dell’uomo è avvolta nel mistero, o quasi. Il nome della capsula spaziale “fantasma” era Vostok 0 ed il suo pilota era il capitano collaudatore dell’aeronautica sovietica Igor Sokov. Il lancio del razzo vettore Semyorka dal cosmodromo di Baikonur in Kazakistan avvenne senza alcun problema così come la messa in orbita del Vostok. Le comunicazioni con Sokov erano buone, considerate le tecnologie dell’epoca, tutto stava procedendo alla perfezione. Secondo il programma della missione il capitano Sokov avrebbe dovuto iniziare le manovre di rientro dopo la prima ora di volo ma qualcosa non andò per il verso giusto. Le comunicazioni con la capsula si interruppero proprio nell’istante successivo in cui il cosmonauta aveva comunicato al centro di controllo l’inizio delle manovre di rientro. Alla base di Baikonur i tecnici erano scioccati e stavano facendo tutto il possibile per ristabilire un contatto con la capsula ma nulla. Non è ben chiaro che cosa fecero i tecnici a terra, non è chiaro quando decisero che era troppo tardi per salvare Sokov, non si sa nemmeno chi si prese la responsabilità di quella decisione. Ancor meno chiara è la causa di quel disastro. L’unica cosa sicura era che quel fatto sarebbe dovuto rimanere segreto per sempre. Accadde però un evento inaspettato. I tecnici della base di Baikonur non erano gli unici ascoltatori delle comunicazioni di Sokov. Due fratelli Italiani, radioamatori, erano riusciti ad intercettare le conversazioni tra il centro di controllo a terra ed il cosmonauta. I due radioamatori erano riusciti però anche dove i tecnici russi avevano fallito e quello che avevano captato era terribile.

“Controllo missione, inizio la manovra di rientro, passo!”

“Controllo missione, inizio la manovra di rientro, passo!”

“Rispondete controllo missione! Inizio la manovra di rientro, passo!”

Silenzio, fruscii

Nella registrazione si sente uno schiocco e poi un leggero sibilo

“Controllo missione! Una delle guarnizioni di tenuta ha ceduto! La capsula si sta depressurizzando! Controllo missione! Rispondete!”

“Baikonur rispondete diamine! Sto perdendo ossigeno!”

La registrazione è molto disturbata

“Oh, mio Dio, non può essere! Ma è meraviglioso! Allora, è tutto vero!”

Quelle furono le ultime parole di Igor Sokov registrate dai fratelli radioamatori, nessuno saprà mai che cosa vide il cosmonauta quando si rese conto di essere condannato a morire.

I due radioamatori, scoperti, furono “gentilmente” invitati dal KGB a consegnare loro le registrazioni di quella missione.

Dopo circa due mesi da quel tragico giorno un contadino di un villaggio nei pressi di San Pietroburgo chiamò la polizia perché nel suo podere era atterrato un oggetto misterioso. Si trattava del Vostok 0, miracolosamente integro dopo il rientro sulla Terra. Evidentemente l’orbita bassa a cui era stato lasciato aveva fatto in modo che la gravità terrestre lo avesse fatto precipitare. Esternamente il modulo spaziale era carbonizzato ma una volta aperto, ci si rese conto che all’interno era in perfette condizioni. Ma la scoperta più inquietante fu il fatto che la capsula era vuota, l’astronauta Igor Sokov era scomparso. L’unico segno della sua presenza nel modulo spaziale fu una scritta graffiata sul cruscotto che diceva “ESISTE”.

N.0019 – 090318 – L’Aquila D’Oro (1a parte)

 

062Il nonno di Marco si chiamava Giovanni, classe 1925, emigrato in Argentina poco prima della fine della Guerra. Quaranta anni di lavoro in una carpenteria metallica, era diventato bravo ed il suo capo lo aveva sempre trattato bene, poi in pensione con una bella sommetta. Nel corso degli anni si era sempre tenuto in contatto con i suoi famigliari tramite una fitta corrispondenza, di carta, quella che profuma vecchio. Poi le lettere erano diventate un modo di comunicare antiquato ma Giovanni aveva continuato, non si era mai arreso alle tecnologie moderne, tuttavia le risposte dei parenti rimasti in Italia si diradavano con il passaggio a miglior vita dei suoi cari. La vita “italiana” di Giovanni era cambiata nel corso degli anni: nipoti nuovi, sorelle che non ci sono più, tutto attraverso lettere e fotografie che lui custodiva gelosamente. Un giorno di ottobre Giovanni decise di fare una passeggiata, quattro passi in riva al mare, viveva a poca distanza dal vecchio porto. Quella mattina una strana malinconia si era impadronita di lui e così si ritrovò, senza quasi rendersene conto, ad osservare l’oceano. L’acqua del mare gli bagnava i piedi e quelle piccole onde che arrivavano al bagnasciuga sembravano invitarlo a procedere oltre, ad inoltrarsi in quell’immensa distesa d’acqua verde e azzurra. Gli occhi del vecchio osservavano l’orizzonte, oltre quella sottile linea bianca c’era la sua casa, quella vera, sembrava così vicina, gli bastava arrivare a quella linea ed era di nuovo a casa sua. Anche se erano passati tanti anni e ormai Giovanni si era perfettamente integrato nel tessuto sociale del Paese che lo aveva accolto, si era sposato ma non aveva avuto figli, si era fatto molti amici, il denaro non era più un problema, insomma aveva fatto fortuna. Nonostante tutto questo non aveva mai considerato quel Paese come casa sua. L’Argentina gli aveva dato un lavoro e lui lo aveva sempre svolto con impegno, non si era mai messo nei guai: lui aveva dato tanto all’Argentina e tanto aveva ricevuto, erano pari. Mentre l’oceano si rifletteva nei suoi occhi chiari una lacrima scese sulla sua guancia e nella sua mente si fece largo una decisione, una vera e propria idea. Giovanni non avrebbe finto i suoi giorni all’estero da emigrante. Voleva ritornare a casa sua a Cividale, voleva ritrovare i suoi luoghi, rivederli prima che fosse troppo tardi. Di tutti i parenti con cui aveva corrisposto nel corso degli anni, l’unico che gli era rimasto era suo nipote Marco, il figlio di sua sorella minore. A dire la verità Giovanni e Marco, si erano scritti poco nel corso degli anni, in pratica solo per gli auguri di Natale e Pasqua. Marco era un affermato architetto, aveva cinquant’anni, una moglie e due figli grandi che ormai avevano ognuno una famiglia propria. Un giorno Giovanni decise di scrivere a Marco, l’unico legame che gli era rimasto con la sua terra. La sicurezza che si era manifestata quando era in riva all’oceano si stava scontrando con la realtà l’anziano emigrante non nutriva molta speranza in una risposta positiva da parte del nipote. Dopo circa tre settimane Giovanni ricevette la risposta del nipote e ne fu contentissimo, era al settimo cielo. Nella lettera Giovanni manifestò al nipote il suo desiderio di ritornare in Friuli per rivedere per un’ultima volta i luoghi della sua infanzia, non sarebbe stato di peso per Marco e la sua famiglia, avrebbe pagato tutto lui. Marco accettò volentieri la proposta dello zio e così iniziò tra loro una fitta corrispondenza cartacea e telefonica. Zio e nipote si misero d’accordo per tutti i preparativi: i documenti, l’alloggio, il programma della visita, etc. Per mezzo delle lettere organizzarono tutto nei minimi dettagli. Infine arrivò la sera prima della partenza e gli occhi azzurri di Giovanni osservavano l’orizzonte, una linea sottile sopra l’oceano, lo stesso mare dal quale era arrivato molti anni prima. Il vecchio pianse in silenzio preparò subito i bagagli e partì alla volta dell’Italia, del suo Friuli.

N.0018 – 040318 – The Mooche

per the mooche I primi tepori primaverili permettevano a tutti di tenere la finestre aperte anche fino alla sera e io stavo leggendo alcune lettere che mi erano giunte al mattino da parte di Mr Andrew a proposito di quella benedetta cripta che si trova sotto alla Cattedrale di Washington. In strada la tromba di Sonny faceva da sottofondo alla mia lettura e le note di “The Mooche” di Duke Ellington si profondevano lungo tutta la via. All’improvviso un boato, il rumore sordo di un’esplosione mi fece sobbalzare e subito dopo le grida della gente che era uscita in strada a vedere cosa fosse accaduto, mi affacciai alla finestra per vedere cosa fosse accaduto, lo feci per istinto senza pensarci, sotto c’era Sonny che appena mi vide gridò: “A Gallows Route! E’ successo qualcosa a Gallows Route!” Poi fuggi di corsa verso il quartiere malfamato. Scesi anche io di corsa e mi precipitai seguendo la folla verso Gallows Route. Una volta giunto sul posto lo spettacolo non era davvero dei migliori, un’intera palazzina era stata come sventrata e quelle prospicienti avevano i vetri totalmente disintegrati. Nell’aria si sentiva un acre odore di alcool misto a quello di legno bruciato. La gente intorno a me appariva scioccata, un po’ lo ero anche io, dannazione c’era qualcosa in quel quartiere che non andava eppure mai avrei pensato che sarebbe successo una cosa del genere, dannazione ho fallito, dannazione non c’è niente di peggio di una predizione che si avvera solo a metà. Battei un pugno sul muro per la rabbia, mi feci male, del sangue sgorgava dalla mia mano ma non me ne curai di fronte a quello spettacolo di distruzione. Dovevo recuperare la mia lucidità, raccogliere le idee o almeno i cocci di quelle che una volta erano delle idee. Quel dannato becchino intanto si dava un bel da fare, c’erano state delle vittime eppure lui sembrava serio quasi dispiaciuto, che bravo simulatore! Con tutta la grana che ti ha portato questo botto! Non dovresti essere così triste, razza di sotterra morti! I pensieri si affollavano mentre seguivo distrattamente i movimenti del becchino che gironzolava freneticamente sul luogo del disastro. Eppure qualcosa non mi convinceva, che si trattasse di un’episodio doloso era lampante ma diamine perchè proprio lì? Di chi era l’edificio che è esploso che cosa si faceva all’interno? L’odore di alcool non era solo un caso… Patson! Dannazione! Quel Reverendo ha le mani dappertutto!! Ma stavolta ha fatto il botto!! A quel punto notai che quel nero figuro del becchino si era fermato in un angolo vicino ad alcune macerie e stava come rovistando tra di esse, decisi di andare a vedere che cosa stesse facendo. Notai delle macchie di sangue sparse tutte attorno a quel punto e per terra un cadavere, o meglio, quello che ne rimaneva, infatti gli arti mancavano, c’era solo il busto e la testa era mancante della parte sinistra. Mr Blake con grande professionalità cercava di adagiare alla meno peggio quei resti mortali in una bara di legno chiaro e piuttosto nodoso. Non dissi nulla e mi allontanai al più presto prima di dare di stomaco. Lo sguardo di quell’uomo però mi rimase impresso: era freddo, distaccato, nelle sue pupille si potevano quasi vedere le monete scorrere e brillare. Ad un certo punto venni come svegliato da un rumore: “Mark, qui è tutto a posto, puoi caricare la cassa sul carro, fatti aiutare da Hermann”. Era la voce di Mr Blake, il suo lavoro era svolto per ora, professionale come sempre. Poi due ragazzotti robusti vestiti di nero raccolsero la cassa e la caricarono su un carro nero piuttosto malandato trainato da un cavallo nero che a giudicare dall’aspetto sembrava piuttosto avanti con gli anni. “Mr Blake noi andiamo, viene con noi?”. Sentii queste parole e poi la risposta di Blake :” No ragazzi andate pure, tornerò a piedi”. Il carro cigolante si allontanò e Blake rimase ad osservare la zona in cui poco prima vi erano i resti di quell’uomo. Il torpore in cui ero caduto poco prima per la vista di quei resti era svanito così decisi di farmi forza e di chiedere a Mr Blake qualche informazione, mi avvicinai a lui e gli chiesi: “Avete visto che disastro? Ho visto che avete raccolto i resti di una persona, avete idea di chi fosse?” Mr Blake fece un cenno negativo con il capo, il suo volto sembrava come sconvolto eppure non era la prima volta che vedeva un corpo ridotto in quelle condizioni. Ma soprattutto che ci faceva lì con una cassa già bella e pronta? Come faceva a sapere che gli sarebbe servita? No, no, quì non c’è nulla di chiaro. Diamine! Non è così che doveva andare, non si doveva giungere a questo punto! Chinai la testa e tenetti tra le mani, dovevo essere rimasto a lungo in quella posizione perchè non mi accorsi che sul luogo del disastro vi era anche una donna di mia conoscenza. Sollevai il capo e notai Miss Brooksfield a pochi passi da me, prima non l’avevo vista ma doveva esserci stata anche lei, anche lei doveva essere arrivata poco dopo l’esplosione. Incrociai il suo sguardo e lei per tutta risposta mi diede un ceffone dicendo con una voce rotta dal pianto: “Tu lo sapevi vero?!” Il gesto della giornalista mi aveva colto alla sprovvista ma riuscii comunque a mantenere il mio autocontrollo e risposi con voce calma e sicura: “Miss Brooksfield, io so sempre tutto, è il mio lavoro, non lo dimentichi.” Miss Brooksfield sembrava come impietrita, il suo volto era pallido come un lenzuolo i suoi occhi socchiusi, il suo incedere incerto, doveva essere stato un duro colpo per lei quello, perse i sensi un attimo e io la sorressi con le mie braccia. “Miss Brooksfield! Si riprenda! Forza! Reagisca!” Le gridavo mentre la scuotevo per farla rinvenire. Non appena si riebbe Miss Brooksfield mi guardò negli occhi per un’istante e poi fuggi.