Mese: Maggio 2018

N.0024 – 120518 – Arcangelo

Arkangelo

La stazione degli autobus era affollata nonostante l’ora tarda, borse di tutti i generi occupavano il marciapiede ed un odore acre di nafta e urine permeava l’aria, doveva essere una sorta di “tradizione” perché nessuno dei presenti ci faceva caso.  La pioggia incessante produceva un sottofondo suggestivo anche ed aveva dato uno spunto a quelle persone per starsene tranquille sotto alla pensilina. C’era un uomo di mezza età che guardava il vuoto, sembrava fissare ogni singola goccia che cadeva dal cielo, ed i suoi occhi scuri erano immobili sotto la visiera di un berretto scuro di foggia sovietica, la sua postura era molto rigida, quasi militaresca, un po’ come nella celebre statua del kolchoziano e della kolchoziana che esaltava gli splendori dell’epoca comunista ormai dissolta e le cui vestigia sono visibili solo nella muffa che rivestiva le pareti di quella stazione. Era un luogo strano perché sembrava abbandonato da anni, persino le persone che lo frequentavano sembravano fantasmi, apparizioni fugaci visibili solo a pochi. I capelli biondi ondeggiavano leggermente mossi dalla brezza generata, ad intervalli regolari, dal passaggio delle corriere in arrivo, il suo sguardo era perso nel vuoto o nella noia, o forse in tutti e due. La pelle bianca ed i capelli color dell’oro suggerivano una provenienza nordica, confermata anche dal cartello in lamiera semi arrugginita che campeggiava nelle vicinanze. “Arkangelo”, poco dopo sarebbe finita la città, anzi forse era già finita. Ad un primo sguardo sembrava essere sola, uno sguardo più attento avrebbe rilevato la presenza di una sorella forse più giovane e di una madre decisamente avanti con gli anni, nessuno poteva essere sicuro di questi legami, non erano vicine, sembravano persino non conoscersi, erano separate da svariati sacchetti di un anonimo supermercato stracolmi di ogni cosa. Come una mosca curiosa che svolazza insistentemente nei pressi di un dolce lasciato incustodito, un ragazzo di nome S., poco meno che trentenne, dall’aspetto trasandato, con addosso un paio di jeans sdruciti ed una t-shirt con impressa una grande “S” maiuscola, osservava e si appropinquava alla sua bionda preda… Dopo qualche attimo di esitazione decise di colpire. “Fa piuttosto freddo stasera, poi con questa pioggia…” Disse, in inglese, pronunciando le parole come fossero l’esca appena buttata nell’acqua da un astuto pescatore. La ragazza doveva averlo sentito e sorrise leggermente, ma non rispose. “Dove sei diretta?” Incalzò il ragazzo, sempre in inglese. “Arkangelo” Rispose lei come si trattasse di una sorta di parola d’ordine. “Presa!” Pensò il ragazzo e decise di tirare quindi la lenza. “Suona come un luogo lontano!” Disse con una certa meraviglia ed ammirazione. Nel frattempo, attorno a quella ragazza si era formato il vuoto, la sorella e la madre si erano misteriosamente allontanate come se quella ragazza fosse una sorta di trappola da abbandonare in attesa della preda. La ragazza conservò lo stesso sorriso, il suo sguardo era luminoso anche in virtù dei suoi occhi di un azzurro molto intenso, accentuato forse dalle luci al neon della pensilina. Tutt’attorno si era creata una strana atmosfera, era come se quella stazione degli autobus si fosse improvvisamente svuotata, i muri bianchi, coperti di graffiti illeggibili e manifesti strappati, erano diventati un tutt’uno con il marciapiede. “Arkangelo.” Pensò il ragazzo, un luogo davvero lontanissimo, di quelli che sulle mappe sono scritti in piccolo e ci si chiede a chi diavolo può essere venuto in mente di viverci. Quegli occhi color zaffiro lo scrutavano, tutto quel continente infinito lo scrutava. Poi all’improvviso il rumore di un vecchio motore diesel irruppe in quella stazione che sembrava l’unico approdo sicuro da qualsiasi tempesta, l’unico luogo da cui tornare a casa, tutte le persone in attesa dell’autobus riapparvero, i capelli biondi ondeggiarono di lato, salirono sul pullman mischiandosi tra la folla e le buste di plastica. “Arkangelo”, così come era scritto… O forse non era mai accaduto nulla. S. mise la mano in tasca, sentì al tatto alcune bustine di plastica, sorrise, quella sera qualcuno si sarebbe divertito oppure sarebbe morto, da quelle parti non faceva molta differenza, si appoggio ad una delle colonne della pensilina ed attese il suo autobus.

N.0023 – 010518 – I Piccoli Aiutanti Di Babbo Natale

the_hands_resist_himQuello stupido uccello di legno era uscito già sette volte di fila da quellinsulsa casetta appesa al muro e per sette volte aveva ripetuto il suo verso acuto e stridulo. Attorno a quella insignificante casetta di legno cerano molti muri, spessi e robusti, tutti di colore bianco candido, due metri più in basso si estendeva un pavimento che passava sotto a tutti i muri e che andava a morire addosso ad un altro fatto di cemento grezzo, quasi gli cedesse il testimone di unimmaginaria staffetta immobile. Oltre quel piccolo litorale di cemento si estendeva un altrettanto piccolo oceano di pietruzze gialle, la chiamano “ghiaia di Sarone” o qualcosa del genere. In mezzo a quelloceano, come fosse unenorme piattaforma petrolifera, cera una griglia piena di braci ardenti su cui stavano arrostendo delle succulente cosce di coniglio. Il profumo emesso da quelle strane piattaforme si espandeva in tutto il piccolo oceano e raggiungeva anche le terre vicine, le terre abitate dai PICCOLI AIUTANTI DI BABBO NATALE. Nessuno aveva mai capito bene perché si chiamassero in quel modo così bizzarro. I piccoli aiutanti di Babbo Natale erano dei cagnolini estremamente viziati che vivevano apparentemente liberi nei giardini ordinati e ben tenuti di case bellissime. Un osservatore esterno, poco attento, che fosse passato di lì per caso e che avesse notato i piccoli aiutanti di Babbo Natale, beh, avrebbe pensato di certo che quei cagnolini erano le bestiole più felici del mondo. Quelle bestiole non necessitavano di nulla, avevano spazio per correre, cibo a volontà, acqua limpida e pura, tutta la loro esistenza si svolgeva nella più totale tranquillità, nel più totale silenzio interrotto ad intervalli regolari dal canto stonato di quelluccello che sbucava ad intervalli regolari dalla sua casetta di legno. Il silenzio, proprio IL SILENZIO, se quei cani avessero smesso di udire il battito del loro cuore non sarebbero più stati consapevoli di essere ancora in vita, finché un giorno non cominciò a diffondersi quellodore. Si trattava di un odore inebriante, provocante, una novità, qualcosa dignoto che invece di intimorire attraeva a sé i piccoli aiutanti di Babbo Natale. Un osservatore abbastanza attento avrebbe capito che lorigine di quellodore si poteva individuare in una piattaforma che si trovava oltre il muro di confine che delimitava il territorio dei cagnolini rispetto a quello che cera fuori, si trattava di un muro non molto alto sormontato da una rete metallica verde che i piccoli aiutanti di Babbo Natale non avrebbero mai e poi mai potuto superare nemmeno nei loro sogni più arditi. I piccoli aiutanti erano tutti lì come ad un appuntamento segreto che nessuno gli aveva mai dato e che nessuno aveva organizzato, erano tutti lì in fila con le zampine appoggiate sul muretto del CONFINE e con i nasini pressati nelle larghe maglie del reticolato, i loro volti erano sorridenti e pieni di una speranza che sembrava non essere mai passata da quelle parti ma che ora traspariva traboccante dai loro occhietti luminosi. Il silenzio tuttavia continuava ad imperversare finchè, allimprovviso, quasi si trattasse di una magia, quasi si trattasse di un miracolo che si stava realizzando e che per il quale nessuno aveva mai pregato. Quasi dal nulla, ecco non dal nulla, dal silenzio, esatto dal SILENZIO, una mano, la mano di un uomo si muoveva con lentezza reggendo lassù in alto quella che sembrava lorigine unica, il nucleo, di quel profumo. Gli occhi di quei cagnolini erano tutti puntati verso lalto come durante la notte di San Lorenzo in cui si cerca di individuare qualche stella cadente che realizzi un nostro desiderio. Allimprovviso la LORO stella cometa aumenta di velocità e cade su quel prato verde e ben rasato. Il silenzio, nullaltro, i piccoli aiutanti rimasero immobili poi però con cautela e diffidenza si avvicinarono a quelloggetto misterioso ma appetitoso. Un rapido scambio di sguardi, unintesa nata in un istante ma che sembrava di chi compie le stesse azioni da anni, sguardi luminosi e poi VIA! I pochi istanti la salsiccia, poiché tale era loggetto misterioso, divenne solo un ricordo ed i cagnolini si ripresentarono con i loro nasini schiacciati contro le maglie del reticolato verde. Quello strano prodigio ebbe a ripetersi. Un braccio enorme e muscoloso reggeva una forchetta che infilzava unaltra salsiccia succulenta. La salsiccia profumata, la forchetta, il braccio fino ad arrivare ad un sorriso e a due occhi scuri e luminosi. Unaltra salsiccia appetitosa atterra sul prato color verde intenso, dopo essere partita da quello strano cratere pieno di braci ardenti. I piccoli aiutanti di Babbo Natale la fecero sparire in pochi secondi, la loro vita sembrava definitivamente cambiata, migliorata. La giornata su quello strano mondo paradossalmente perfetto stava piano piano volgendo al termine. I cagnolini erano ancora lì con il nasino appiccicato alla rete, quandecco che una voce dal tono gentile ma decisamente autoritario li chiamò, non si era mai sentita quella voce eppure risultava familiare, i cagnolini come ipnotizzati si allontanarono dalla rete. Lodore sublime che poco prima aveva attirato quelle bestiole ora stava svanendo, il cratere si stava spegnendo e nessuno reggeva più una forchetta con infilzata una salsiccia. Il suono lontano di quel maledetto uccello di legno si sentiva sempre meno, non perché si fosse zittito ma solo perché nessuno ci faceva caso.

(nella foto: “The Hands Resist Him” di Bill Stoneham, 1972)