Categoria: Antenati

N.0019 – 090318 – L’Aquila D’Oro (1a parte)

 

062Il nonno di Marco si chiamava Giovanni, classe 1925, emigrato in Argentina poco prima della fine della Guerra. Quaranta anni di lavoro in una carpenteria metallica, era diventato bravo ed il suo capo lo aveva sempre trattato bene, poi in pensione con una bella sommetta. Nel corso degli anni si era sempre tenuto in contatto con i suoi famigliari tramite una fitta corrispondenza, di carta, quella che profuma vecchio. Poi le lettere erano diventate un modo di comunicare antiquato ma Giovanni aveva continuato, non si era mai arreso alle tecnologie moderne, tuttavia le risposte dei parenti rimasti in Italia si diradavano con il passaggio a miglior vita dei suoi cari. La vita “italiana” di Giovanni era cambiata nel corso degli anni: nipoti nuovi, sorelle che non ci sono più, tutto attraverso lettere e fotografie che lui custodiva gelosamente. Un giorno di ottobre Giovanni decise di fare una passeggiata, quattro passi in riva al mare, viveva a poca distanza dal vecchio porto. Quella mattina una strana malinconia si era impadronita di lui e così si ritrovò, senza quasi rendersene conto, ad osservare l’oceano. L’acqua del mare gli bagnava i piedi e quelle piccole onde che arrivavano al bagnasciuga sembravano invitarlo a procedere oltre, ad inoltrarsi in quell’immensa distesa d’acqua verde e azzurra. Gli occhi del vecchio osservavano l’orizzonte, oltre quella sottile linea bianca c’era la sua casa, quella vera, sembrava così vicina, gli bastava arrivare a quella linea ed era di nuovo a casa sua. Anche se erano passati tanti anni e ormai Giovanni si era perfettamente integrato nel tessuto sociale del Paese che lo aveva accolto, si era sposato ma non aveva avuto figli, si era fatto molti amici, il denaro non era più un problema, insomma aveva fatto fortuna. Nonostante tutto questo non aveva mai considerato quel Paese come casa sua. L’Argentina gli aveva dato un lavoro e lui lo aveva sempre svolto con impegno, non si era mai messo nei guai: lui aveva dato tanto all’Argentina e tanto aveva ricevuto, erano pari. Mentre l’oceano si rifletteva nei suoi occhi chiari una lacrima scese sulla sua guancia e nella sua mente si fece largo una decisione, una vera e propria idea. Giovanni non avrebbe finto i suoi giorni all’estero da emigrante. Voleva ritornare a casa sua a Cividale, voleva ritrovare i suoi luoghi, rivederli prima che fosse troppo tardi. Di tutti i parenti con cui aveva corrisposto nel corso degli anni, l’unico che gli era rimasto era suo nipote Marco, il figlio di sua sorella minore. A dire la verità Giovanni e Marco, si erano scritti poco nel corso degli anni, in pratica solo per gli auguri di Natale e Pasqua. Marco era un affermato architetto, aveva cinquant’anni, una moglie e due figli grandi che ormai avevano ognuno una famiglia propria. Un giorno Giovanni decise di scrivere a Marco, l’unico legame che gli era rimasto con la sua terra. La sicurezza che si era manifestata quando era in riva all’oceano si stava scontrando con la realtà l’anziano emigrante non nutriva molta speranza in una risposta positiva da parte del nipote. Dopo circa tre settimane Giovanni ricevette la risposta del nipote e ne fu contentissimo, era al settimo cielo. Nella lettera Giovanni manifestò al nipote il suo desiderio di ritornare in Friuli per rivedere per un’ultima volta i luoghi della sua infanzia, non sarebbe stato di peso per Marco e la sua famiglia, avrebbe pagato tutto lui. Marco accettò volentieri la proposta dello zio e così iniziò tra loro una fitta corrispondenza cartacea e telefonica. Zio e nipote si misero d’accordo per tutti i preparativi: i documenti, l’alloggio, il programma della visita, etc. Per mezzo delle lettere organizzarono tutto nei minimi dettagli. Infine arrivò la sera prima della partenza e gli occhi azzurri di Giovanni osservavano l’orizzonte, una linea sottile sopra l’oceano, lo stesso mare dal quale era arrivato molti anni prima. Il vecchio pianse in silenzio preparò subito i bagagli e partì alla volta dell’Italia, del suo Friuli.

N. 0004 – 140217

​La Casa n. 401

La casa n. 401, nel 1871 era quella del sarto, si trovava al limitare del paese, vicino a dove ora c’è il cimitero. La flebile luce di una lampada a petrolio illuminava il volto sfigurato di una giovane donna che in un freddo pomeriggio di novembre stava dando alla luce un bambino. Il sarto attendeva fuori dalla porta della camera da letto mentre all’interno la levatrice del paese prestava le sue cure alla giovane mamma. Fuori la strada era buia e scoscesa, infangata dalla copiosa pioggia che era caduta nei giorni precedenti e che stava cadendo anche quel giorno. Il sarto non sarebbe riuscito a far registrare la nascita del figlio quel giorno. Il municipio era troppo distante. Ci sarebbe andato solo quattro giorni dopo. Il figlio poi sarebbe cresciuto sano ed il sarto avrebbe venduto la casa n. 401 per andare a vivere in una più grande, forse, non si saprà mai con certezza. Il sarto e sua moglie, probabilmente, parteciparono alle nozze del figlio, non si sa con certezza. È certo che il giovane uomo andò in guerra e tornò sano e salvo in una fredda mattina di settembre. Lo videro arrivare a piedi attraverso quella strada scoscesa. Suo padre e sua madre non lo videro. Il figlio del sarto ebbe tre figli, sposò una donna ricca e severa. I tre figli emigrarono tutti, nessuno fece fortuna: uno tornò con denaro sufficiente a pagare i debiti che il sarto aveva accumulato per l’acquisto della nuova casa. La lampada a petrolio si era trasformata in una debole lampadina di pochi watt. Un altro dei figli mangiò tutti i suoi averi ma si rifece in tarda età. Il terzo morì in povertà per colpa del suo orgoglio. Uno dei tre figli sposò una donna avveduta che tenne testa persino ai tedeschi invasori che arrivarono all’improvviso in una fredda serata di novembre, lungo la strada dura e scoscesa. Ebbero tre figlie, intelligenti. Una di loro sposò un uomo buono che arrivò in un mite pomeriggio di primavera, il loro amore diede origine ad un figlio che scrisse questa storia. La mente torna inevitabilmente al sarto e a quel freddo pomeriggio di novembre, alla luce della lampada a petrolio, a sua moglie, alla levatrice… alla casa n. 401.