Categoria: #creepypasta

N.0020 – 170318 – Lost In Space

1703019Recentente sono stati descretati alcuni documenti del KGB risalenti alla fine degli anni ’50 del secolo scorso secondo i quali non fu Jurij Gagarin il primo uomo a volare nello spazio nel 1961. Nei documenti descretati risulterebbe la missione di un altro cosmonauta mandato in orbita qualche mese prima di quella del militare di Klusino. Tuttavia, la sorte dell’uomo è avvolta nel mistero, o quasi. Il nome della capsula spaziale “fantasma” era Vostok 0 ed il suo pilota era il capitano collaudatore dell’aeronautica sovietica Igor Sokov. Il lancio del razzo vettore Semyorka dal cosmodromo di Baikonur in Kazakistan avvenne senza alcun problema così come la messa in orbita del Vostok. Le comunicazioni con Sokov erano buone, considerate le tecnologie dell’epoca, tutto stava procedendo alla perfezione. Secondo il programma della missione il capitano Sokov avrebbe dovuto iniziare le manovre di rientro dopo la prima ora di volo ma qualcosa non andò per il verso giusto. Le comunicazioni con la capsula si interruppero proprio nell’istante successivo in cui il cosmonauta aveva comunicato al centro di controllo l’inizio delle manovre di rientro. Alla base di Baikonur i tecnici erano scioccati e stavano facendo tutto il possibile per ristabilire un contatto con la capsula ma nulla. Non è ben chiaro che cosa fecero i tecnici a terra, non è chiaro quando decisero che era troppo tardi per salvare Sokov, non si sa nemmeno chi si prese la responsabilità di quella decisione. Ancor meno chiara è la causa di quel disastro. L’unica cosa sicura era che quel fatto sarebbe dovuto rimanere segreto per sempre. Accadde però un evento inaspettato. I tecnici della base di Baikonur non erano gli unici ascoltatori delle comunicazioni di Sokov. Due fratelli Italiani, radioamatori, erano riusciti ad intercettare le conversazioni tra il centro di controllo a terra ed il cosmonauta. I due radioamatori erano riusciti però anche dove i tecnici russi avevano fallito e quello che avevano captato era terribile.

“Controllo missione, inizio la manovra di rientro, passo!”

“Controllo missione, inizio la manovra di rientro, passo!”

“Rispondete controllo missione! Inizio la manovra di rientro, passo!”

Silenzio, fruscii

Nella registrazione si sente uno schiocco e poi un leggero sibilo

“Controllo missione! Una delle guarnizioni di tenuta ha ceduto! La capsula si sta depressurizzando! Controllo missione! Rispondete!”

“Baikonur rispondete diamine! Sto perdendo ossigeno!”

La registrazione è molto disturbata

“Oh, mio Dio, non può essere! Ma è meraviglioso! Allora, è tutto vero!”

Quelle furono le ultime parole di Igor Sokov registrate dai fratelli radioamatori, nessuno saprà mai che cosa vide il cosmonauta quando si rese conto di essere condannato a morire.

I due radioamatori, scoperti, furono “gentilmente” invitati dal KGB a consegnare loro le registrazioni di quella missione.

Dopo circa due mesi da quel tragico giorno un contadino di un villaggio nei pressi di San Pietroburgo chiamò la polizia perché nel suo podere era atterrato un oggetto misterioso. Si trattava del Vostok 0, miracolosamente integro dopo il rientro sulla Terra. Evidentemente l’orbita bassa a cui era stato lasciato aveva fatto in modo che la gravità terrestre lo avesse fatto precipitare. Esternamente il modulo spaziale era carbonizzato ma una volta aperto, ci si rese conto che all’interno era in perfette condizioni. Ma la scoperta più inquietante fu il fatto che la capsula era vuota, l’astronauta Igor Sokov era scomparso. L’unico segno della sua presenza nel modulo spaziale fu una scritta graffiata sul cruscotto che diceva “ESISTE”.

N.0011 – 241217 – Il Mistero sulla sepoltura di Dante Alighieri

20171224_000716-11852772468.jpgNel 1865, durante i lavori di restauro per il VI centenario della sua nascita, un operaio ritrovò una cassetta con un’iscrizione. La fortuna volle che un giovane studente, tale Anastasio Matteucci, riconobbe che quel contenitore custodiva le spoglie mortali del Sommo Poeta. Lo studente trattenne la scatola per qualche giorno giustificandosi sostenendo che quel tempo gli era servito per appurare l’autenticità della scoperta. Successivamente altri esperti esaminarono l’iscrizione e le ossa ritrovate confermando la tesi del Matteucci. La salma fu quindi ricomposta ed esposta al pubblico per qualche mese in un’urna di cristallo. Negli anni successivi il nome di Anastasio Matteucci cadde nell’oblio, diventò uno stimato notaio e visse una vita apparentemente normale. Il Matteucci morì negli anni ’20 del secolo scorso e gli eredi, rovistando tra gli oggetti appartenuti al defunto, ritrovarono un breve memoriale scritto a mano dal Matteucci in cui aveva descritto i fatti che seguirono il ritrovamento delle spoglie dantesche. Il giovane studente rivelò che nell’urna non c’erano solo le ossa dell’Alighieri ma anche un ciondolo con una pietra nera, il Matteucci aveva realizzato anche un disegno di questo ciondolo: aveva la forma di una stella a sette punte con incastonata al centro una pietra ovale di colore scuro. Nel manoscritto si parlava di una strana proprietà di questo monile: la capacità di mettersi in contatto con i defunti. Lo studente scrisse che gli fu sufficiente tenere in mano il ciondolo per pochi istanti per veder apparire davanti a sé il padre morto pochi anni prima, lo stesso Alighieri apparve e confermò egli stesso che le ossa deposte nella cassetta erano le sue. Matteucci non nasconde il terrore che aveva provato nel vedere comparire dal nulla, “come un’ombra su un tendone invisibile”, la figura di suo padre prima e di Dante poi. Il suo terrore aumentò quando quelle figure si dimostrarono tutt’altro che benevole e felici di vederlo, anzi, lo ammonirono di non chiamarle più. L’uomo, alla fine del manoscritto, spiega che sarà sua cura disfarsi di quel ciondolo affinché nessuno richiami quelle anime dal loro mondo al nostro. Il monile in effetti non fu mai più ritrovato. Desta qualche domanda il fatto che successivamente le spoglie mortali del Sommo Poeta furono ritumulate all’interno del tempietto del Morigia, in una cassa di noce protetta da un cofano di piombo.

N.0010 – 021217 – Il misterioso diario di Vanessa

1bfcbe7e8ec604f3718761af71754290--old-family-photos-streetstyleDurante un trasloco, in una vecchia casa della campagna abruzzese, uno degli operai trovò un diario risalente agli anni ’40 del secolo scorso, lesse le prime pagine per capire di chi fosse e restituirlo al proprietario. Il titolare dell’azienda contattò la famiglia presso la quale avevano eseguito il trasloco ma i committenti negarono di aver mai posseduto quel diario, anzi si complimentarono con lui per il lavoro eseguito con cura, proprio perché nel trasloco non era andato perduto nulla. L’uomo, sorpreso da quella risposta iniziò a leggere il diario. Il manoscritto era stato redatto da una ragazza che all’epoca aveva vent’anni, la giovane spiegava che quel diario le era stato regalato dalla madre e che vi avrebbe scritto tutto quello che le sarebbe capitato nel corso dell’anno. Era il 1942. Vanessa, così si chiamava l’autrice del diario, raccontava i suoi giorni da adolescente: la scuola, la guerra, la sua prima cotta, il suo primo bacio, tutti questi tasselli della sua vita erano descritti nelle pagine ormai ingiallite di quell’agenda. Continuando nella lettura, l’uomo si rende conto che il tenore del testo si fa via via sempre più drammatico. Vanessa parla di un uomo o di un essere, lo nomina come “lui”, che le fa visita ogni notte mentre sta dormendo. All’inizio sotto forma di strani sogni, poi col passare dei giorni, sempre in modo più concreto, fino ad arrivare al diciassette novembre, l’ultima pagina scritta del diario. Il diciassette novembre Vanessa scrive che “lui” quella notte la porterà con sé “in uno luogo fuori da questa realtà”. “Lui si farà sentire con il verso del gufo e con i colori del ratto.” Così scrive la ragazza. “Io non voglio seguirlo, terrò stretto tra le mani il crocefisso d’oro che mi ha donato la mia povera mamma, mi proteggerà.” L’uomo chiuse il diario, scosso dalle parole della ragazza e decise che il giorno seguente sarebbe andato a dare un’occhiata alla casa dove il suo dipendente aveva trovato il diario. Luigi, così si chiamava l’uomo, si era ripromesso di visitare la casa al mattino, tuttavia degli impegni di lavoro gli permisero di essere lì soltanto nel tardo pomeriggio, quando stava già per imbrunire. La casa era vuota, come doveva essere, subito dopo un trasloco. Luigi aveva ancora con sé una copia delle chiavi che gli erano state consegnate dai proprietari per le esigenze del lavoro del giorno prima. All’interno la luce cominciava a scarseggiare ed il silenzio che regnava tra quelle mura cominciava ad essere piuttosto inquietante. L’uomo diede un’occhiata a tutte le stanze del pian terreno, per fortuna la casa non era molto grande, poi passò a quelle del piano di sopra. Quando fu in una delle camere da letto cominciò a sentire dei lamenti. Dapprima pensò che si trattasse di qualche gatto randagio in cerca di cibo, poi però si rese conto che il suono che sentiva non aveva nulla a che vedere con quello di un gatto. Era molto più umano. Aiutandosi con la luce del cellulare, Luigi cercò di individuare l’origine di quello strano suono, sembrava provenire dal muro della camera. La fortuna volle che uno degli operai aveva dimenticato lì un piede di porco, così l’uomo lo usò per incrinare la parete da cui provenivano i lamenti. Sotto la tappezzeria scolorita ed uno spesso strato di intonaco intravide dei resti umani, poi, man mano che altri pezzi di muro cedevano sotto i colpi del piede di porco, Luigi si rese conto di aver trovato il corpo della povera Vanessa, uno scheletro che reggeva in una mano un crocefisso d’oro. L’uomo si sedette per terra sfinito, era quasi mezzanotte. All’improvviso lo schermo del cellulare che aveva in mano s’illuminò, il display indicava l’ora e la data appena cambiate era il diciassette novembre 2017.

N.0009 – 251117 – Strani ritrovamenti nell’antica casa del poeta Carducci

Mortel1984Nella città di Bologna, negli anni ’60, durante alcuni lavori di ristrutturazione presso una vecchia casa abbandonata, gli operai ritrovarono un contenitore di forma cilindrica sotto uno spesso strato di intonaco. Si trattava di un cilindro di un materiale, apparentemente cuoio, di dimensioni simili a quelle di una bottiglia da tre quarti di litro. Uno dei manovali aprì il contenitore e vi trovò all’interno una serie di fogli scritti a mano ed una sorta di mappa, non riuscendo a decifrare il contenuto del messaggio perché scritto in una lingua che non conosceva, il manovale mise da parte tutto quanto e continuò i lavori assieme agli altri operai. Decise però di tenersi la mappa perché aveva capito che si trcarducci_ritrattoattava della pianta di quello stesso edificio. Quella stessa notte, il gruppo di operai che aveva ritrovato quei documenti decisero di esplorare quella palazzina lontano da occhi indiscreti, convinti che la mappa che avevano trovato li potesse condurre al nascondiglio di un tesoro. In effetti sulla piantina era riportato un punto contrassegnato da uno strano simbolo che però non si trovava in corrispondenza di una stanza che non risultava esistere. Quando il gruppo giunse nel punto indicato sulla mappa si ritrovò davanti ad una parete vuota. Uno di essi, decise di abbattere il muro, così fecero e si ritrovarono in una stanza completamente buia da cui proveniva un odore nauseabondo, decisero di proseguire comunque. La mattina successiva, all’apertura del cantiere, gli operai ritrovarono gli scheletri di una decina di individui proprio nella stanza scoperta nottetempo dai loro colleghi. Fu chiamata la polizia scientifica ed in seguito la sovraintendenza archeologica perché risultò che gli scheletri avevano tutti almeno cento anni. I lavori di ristrutturazione furono sospesi. Da indagini successive risultò che nel secolo precedente quell’edificio era stato di proprietà del poeta Giosuè Carducci. L’unico testimone sopravvissuto riferì che l’ultima cosa che vide prima di fuggire, fu due occhi rossi che brillavano nell’oscurità della stanza, poi le grida strazianti dei suoi compagni. Tuttavia nessuno gli credette e fu internato in manicomio, dove morì suicida pochi giorni dopo.

N.0008 – 181117 – Misteriosi ritrovamenti in Antartide

Nel 1945 una spedizione di esploratori norvegesi al comando del colonnello Olsen partì per l’Antartide per svolgere una ricognizione cartografica per conto del governo del loro Paese. Durante l’esplorazione il gruppo dovette cercare un riparo a causa di una forte tormenta che stava imperversando in quella zona. Gli esploratori trovarono rifugio in una sorta di caverna scavata nel ghiaccio. Il perdurare del maltempo costrinse gli uomini a trascorrere la notte in quel rifugio, così allestirono un bivacco di fortuna. Il sonno fu funestato da incubi in cui delle orrende creature provenienti dal fondo di quella grotta divoravano uno ad uno gli esploratori addormentati. Al risveglio nessun componente della spedizione mancava all’appello, tuttavia i loro corpi erano coperti da ossa di animali che nessuno di loro seppe identificare. Al ritorno in Patria il colonnello Olsen riferì ai suoi superiori riguardo a quella strana vicenda ma non venne creduto. Successive spedizioni al Polo Sud non riuscirono mai a ritrovare la grotta in cui si erano rifugiati gli esploratori e l’intera storia fu dimenticata. Negli anni che seguirono quegli uomini furono di nuovo preda di incubi atroci ed impazzirono. Morirono tutti suicidi, compreso il colonnello Olsen.

Nella foto il colonnello Olsen all’epoca dei fatti.