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N. 0026 – 251218 – “Mai prima delle cinque!”

“Mai prima delle cinque!” Lo diceva Corto Maltese ma lo diceva anche mia nonna quando si parlava di thè. Mia cugina ed io eravamo bambini quando nel tardo pomeriggio la nostra nonnina metteva il pentolino con l’acqua a bollire sulla sua leggendaria stufa a legna. Quell’acqua di lì a poco avrebbe incontrato la bustina del thè ed entrambe sarebbero affondate in una robusta tazza marrone e gialla, mia nonna usava tazze di quel colore. Era il momento più bello della giornata perché significava che avevamo finito di fare i compiti, significava che stavano per iniziare i cartoni animati. Era però anche il momento più triste perché di lì a poco sarebbero arrivati i nostri genitori a prenderci per portarci a casa. Non che a casa si stesse male, anzi! Ma il loro arrivo metteva fine ad un momento bellissimo. L’altro ieri, per qualche motivo che non riesco a spiegare, mi sono tornati in mente quei momenti, ho provato le stesse sensazioni. Oh, non mettete in mezzo Proust, quello non ha la minima idea di quello che ho provato io l’altro giorno.

N.0021 – 290318 – In To The Deep

 

images1038466123.jpeg– Quanto fa freddo nell’oceano?
– Dipende dalla latitudine, puoi avere temperature vicine ai 30° C vicino all’Equatore e di 2° C nei pressi dei Poli.
Il bambino annuì e ritornò a guardare fuori dalla finestra che dava sul retro del palazzo, verso una specie di giardino maltenuto. Vivere in periferia aveva i suoi piccoli vantaggi, ad esempio, non essendoci molte luci nei paraggi era possibile osservare il cielo notturno e distinguere le stelle se non c’erano molte nubi.
La mente del bambino in realtà non stava viaggiando nello spazio interstellare, non quella sera almeno, egli si trovava sul fondo dell’oceano Atlantico, in un punto imprecisato fuori da qualsiasi rotta marittima, camminava sul fondo, semplicemente, nel buio più totale, da bambini si può, guardando fuori da una finestra si può. Camminando nel buio e nel silenzio totali il bambino sentiva l’acqua sul viso, stranamente poteva respirare, anche se un po’ a fatica, non sentiva a malapena la pressione della profondità. D’un tratto sentì sotto il suo piede la presenza di un oggetto, si chinò e lo raccolse, sembrava un ciondolo o forse era un vecchio orologio da tasca, lo strinse nella mano per qualche istante, come a volerlo scaldare, poi lo mise in tasca. Il bambino non vedeva nulla in quell’oscurità, eppure percepiva la presenza di qualcuno che si trovava in quel luogo da molto tempo. Proseguì a piccoli passi sul fondo per un po’, poi decise di risalire. Ecco ora si trovava in superficie, a pochi metri di altezza, in sospensione, la luna illuminava la superficie increspata ed infinita dell’oceano, silenzio, quello che ispira le preghiere. All’improvviso tutto scomparve.
– È pronto in tavola! Corri a lavarti le mani, sbrigati!
Era la voce della mamma chiamava a raccolta la famiglia per la cena. Nel frattempo fuori aveva iniziato a piovere abbastanza forte, le gocce attraversavano come traccianti le luci delle insegne al neon dalla parte del palazzo che dava sulla strada principale. Il bambino chiuse la finestra proprio mentre alcuni metri sotto di lui passava la metro, lo stridore sferragliante dei vagoni venne si smorzò ed in casa ne entrò solo un’eco. All’improvviso un frastuono entrò violentissimo dalla finestra attraversò il vetro, senza romperlo e si schiantò contro gli orecchi dei commensali. Tutti si alzarono di scatto ed accorsero alla finestra per vedere cosa fosse accaduto. All’esterno una cabina telefonica era sparpagliata sul marciapiede, pezzi di alluminio e vetro sparsi nel raggio di dieci metri. Una ragazza dai capelli a caschetto, pallidissima e dalle labbra rosse come il fuoco, con gli occhi scuri, era stesa
a terra ed un rivolo rosso usciva dalla sua bocca confondendosi con il colore scarlatto delle sue labbra truccate, quegli occhi scuri erano spalancati ma non avrebbero più guardato la città, non avrebbero più cercato di coglierne le sfumature, le differenze, le insegne accese, quelle alle quali mancavano delle lettere che si erano fulminate. La mamma coprì d’istinto gli occhi del bambino, ma era ormai tardi, aveva già visto quello che era accaduto laggiù in fondo al palazzo.

N.0012 – 140118 – Mocambo

20180114_115441.jpgSe riesci a concentrarti un attimo puoi percepirne ancora la presenza. Non si tratta di fantasmi, non in senso stretto almeno, ma di persone che hanno lasciato in determinati luoghi il segno intangibile del loro passaggio sottoforma di: emozioni, timori, felicità pura, passione e via dicendo. Ed allora ti sembra di sentire la musica che aveva fatto da sottofondo a quelle persone. Ma la cosa più coinvolgente di quei luoghi è il sentirsi parte di una storia: in quel momento ci si sente, allo stesso tempo, il futuro ed il passato di quel luogo. È quasi una missione, quasi un dovere. Tutto era avvolto dal fumo delle sigarette e dalle bugie dette con una voce roca molto convincente. Una nebbia artificiale che una volta dissolta ha lasciato solo sedie vuote, bicchieri sporchi e tanti ricordi.