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N. 0026 – 251218 – “Mai prima delle cinque!”

“Mai prima delle cinque!” Lo diceva Corto Maltese ma lo diceva anche mia nonna quando si parlava di thè. Mia cugina ed io eravamo bambini quando nel tardo pomeriggio la nostra nonnina metteva il pentolino con l’acqua a bollire sulla sua leggendaria stufa a legna. Quell’acqua di lì a poco avrebbe incontrato la bustina del thè ed entrambe sarebbero affondate in una robusta tazza marrone e gialla, mia nonna usava tazze di quel colore. Era il momento più bello della giornata perché significava che avevamo finito di fare i compiti, significava che stavano per iniziare i cartoni animati. Era però anche il momento più triste perché di lì a poco sarebbero arrivati i nostri genitori a prenderci per portarci a casa. Non che a casa si stesse male, anzi! Ma il loro arrivo metteva fine ad un momento bellissimo. L’altro ieri, per qualche motivo che non riesco a spiegare, mi sono tornati in mente quei momenti, ho provato le stesse sensazioni. Oh, non mettete in mezzo Proust, quello non ha la minima idea di quello che ho provato io l’altro giorno.

N.0025 – 131118 – Accadde a Samarcanda

Il sole stava scomparendo dietro alla Madrasa di Sher Dor che si affaccia sulla grande piazza del Registan a Samarcanda. Una ragazza stava attraversando quell’enorme quadrato con passo veloce. I suoi occhi scuri tradivano la paura di essere vista da chi non avrebbe dovuto. Shaista, così si chiamava, era fuggita dal caravanserraglio dove si era accampata la carovana dei mercanti che il giorno dopo avrebbe allestito uno dei mercati più importanti della via della seta. La famiglia della ragazza era molto semplice ed eternamente in viaggio tra la magica Venezia e la suggestiva ed immensa Cina. Shaista stessa era nata in un carro durante una delle soste che la carovana faceva in occasione dei mercati, la giovane donna non si sentiva appartenere ad alcun luogo, la sua casa era soltanto la carovana e la sua famiglia erano i carovanieri. Ma quella sera era diversa, Shaista non se lo sapeva spiegare, era quasi arrivata a destinazione: una delle torri della Madrasa di Sher Dor, Hiram le aveva detto che si sarebbero incontrati nei pressi della piccola porta vicino alla torre. Hiram, occhi scuri come la notte ed un sorriso dolce, si erano visti ad una delle feste che i carovanieri allestivano il giorno prima del mercato. Shaista ballava attorno al fuoco assieme ad altre ragazze, ma Hiram non le aveva staccato gli occhi di dosso nemmeno per un istante. Si parlarono quella sera mentre il fuoco si stava spegnendo, si baciarono quando solo la luna avrebbe potuto vederli. Erano passati alcuni mesi ma il ricordo di quella sera era rimasto scolpito nei loro cuori.
“Ti devo dare una cosa.” Le aveva detto Hiram quando si rividero quella mattina all’arrivo in città. Shaista aveva il cuore in gola per l’emozione e non riuscì nemmeno a rispondere, sorrise.
“Vediamoci alla torre della Madrasa di Sher Dor, al tramonto, vicino alla porta.” Aveva aggiunto quel ragazzo dal sorriso dolce e lei non aveva fatto che ripetere a sé stessa quelle parole per tutto il giorno.
Ecco la porta, c’è qualcuno accanto ad essa, Hiram.
“Ti ha vista qualcuno?” Chiese il ragazzo.
“No, credo di no.”
“Shaista, non riesco a credere che questo momento sia reale, se fosse un sogno sarebbe il più bello che abbia mai fatto.”
“Anche io non riesco a crederci Hiram.”
Si abbracciarono e si baciarono. La luna sorrideva da dietro la torre.
“Ho qualcosa per te amore mio.” Disse Hiram. Nel frattempo, estrasse dalla tasca un piccolo sacchetto di tela chiuso con un lacciolo. Lo consegnò alla sua amata.
Shaista teneva il sacchetto tra le mani con la stessa delicatezza di chi ha appena raccolto un uccellino caduto dal nido.
“Aprilo.” La incoraggiò il giovane sorridendo.
La ragazza aprì il sacchetto e ne estrasse il contenuto. Si trattava di un anello di metallo lucido con delle strane incisioni.
Shaista se lo infilò istintivamente all’anulare sinistro. Calzava alla perfezione.
“Domani chiederò alla tua famiglia di prenderti in sposa.” Disse Hiram.
“Sono senza parole Hiram, sono troppo felice in questo momento ma ho anche tanta paura che tutto questo sia solo un’illusione, un sogno.”
“No, è tutto vero, dammi un pizzicotto.”
I ragazzi risero ma smisero subito quando sentirono delle voci e dei passi avvicinarsi.
Erano due uomini di corporatura robusta, i fratelli di Shaista, l’avevano seguita.
“Che ci fate qui voi! Shaista! Non puoi stare qui!” Gridò minaccioso uno dei due.
La ragazza non ebbe nemmeno il tempo di rispondere perché l’altro la prese per un braccio e la strattonò trascinandola via.
Hiram si scagliò su di lui ma l’altro uomo lo spinse contro il muro facendogli battere la testa.
Il ragazzo aprì gli occhi, era mattina, si trovava esattamente dove quell’uomo lo aveva scaraventato la sera prima. La testa gli faceva molto male, faticò persino ad alzarsi. Vicino ai suoi piedi c’era un oggetto luccicante, era l’anello che aveva regalato a Shaista!
Hiram non perse tempo, si mise a correre verso il caravanserraglio, voleva trovare Shaista e portarla via con sé. Avrebbero lasciato la città se fosse stato necessario.
Una volta arrivato allo spiazzo dove si accampano le carovane prima di entrare in città, Hiram ebbe l’amara sorpresa di vedere che il caravanserraglio era vuoto. L’intera area era deserta, c’era solo un vecchio che tentava inutilmente di allontanare la sabbia dagli scalini dell’ingresso ai dormitori.
“Cerchi qualcuno ragazzo?” Chiese il vecchio.
“Cercavo una persona, ma deve essere partita stanotte con la carovana.”
Il vecchio si mise a ridere.
“Ragazzo, credo che tu abbia dormito poco. Le carovane arriveranno solo il mese prossimo, sempre che arrivino. Ne passano sempre meno per Samarcanda. Sono mesi che qui non si ferma nessuno.”
Hiram rimase immobile guardando una nuvola di sabbia sollevata dal vecchietto, quella polvere assomigliava tanto al suo cuore.
Passarono trecento anni…
Un tizio in pantaloni corti si aggirava per la grande piazza del Registan, inquieto, sotto un sole cocente. Cercava la foto perfetta, l’inquadratura unica che nessuno era mai riuscito ad ottenere. La torre! Ecco, doveva salire su una di quelle torri! Era vietato? Non importa. Basta chiedere, alle volte ti rispondono di sì anche quando dovrebbe essere no. Una porticina basta entrare e si accede alla scala che porta in cima alla torre. Ma questo che cos’è? Un anello? Che ci fa qui?

N.0022 – 200418 – AMIT

AmitJaipur, 28 Settembre 2006.

Mi chiamo Amit e abito in un piccolo villaggio tra Jaipur ed Agra, ho 11 anni e mi piace disegnare, uso pennelli fatti con pelo di scoiattolo, è pieno di scoiattoli qui, ci sono anche molte scimmie ma il loro pelo non va bene per disegnare. Era una sera come tutte le altre, umida e afosa. Tanto per cambiare non stavo dipingendo nulla di impegnativo, il solito maraja che passa con il suo corteo, ormai conosco a memoria quel dipinto l’ho fatto mille volte, non riuscirei a farlo diversamente, nemmeno una volta, nemmeno se volessi, nemmeno per diecimila Rupie… Ehhh diecimila Rupie, ad avercele! Anche diecimila Euro, quelli sarebbero ancora meglio, no, sto fantasticando troppo, meglio ritornare al mio dipinto, certo che oggi fa proprio caldo. Eccoli qua i soliti turisti, oggi hanno fatto proprio tardi, guardali lì, tutti con la loro macchina digitale, il loro cellulare nuovo, belli e puliti sempre. Appena sono entrati nella bottega l’ho capito subito che erano turisti italiani, i loro occhi si sono posati subito su di me, sul lavoro che stavo facendo, solo gli italiani hanno questa sensibilità o almeno fanno finta di averla, non importa, non fa differenza basta che alla fine della fiera ci scappi qualche Rupia per me. Strano, il mio boss non è ancora arrivato ad accogliere gli “ospiti”, non tarderà molto. Neanche detto eccolo che arriva zoppicante ma sorridente come si conviene con i turisti, adesso inizierà con la solita storiella inventata di quando è andato in Italia, vediamo quanti ci cascano stavolta. Mi viene da ridere, l’Italia, se questi turisti rompiscatole sapessero quanto è difficile e costoso ottenere un visto per entrare nel loro Paese non crederebbero nemmeno ad una parola del racconto delirante del mio boss. Qui il dipinto non va avanti se continuo a sorridere a questi debosciati che hanno avuto il coraggio e l’imprudenza di venire fino a qui. Io non le capisco queste guide, si ostinano a far venire qui ‘sti sfigati che non comprano mai niente e ficcano le mani dappertutto, ma cosa siete venuti a vedere? La miseria? Servivano otto ore di di aereo e chissà quante di pullman per venire a sentire l’odore della fame? Per sentire il suono della disperazione? Le anime vuote ci sono anche da VOI. Magari ce ne sono molte di meno, ma ci sono. E’ meglio che mi distragga dipingendo altrimenti poi non sorrido più ed il boss mi picchia. Vediamo quanti sono gli “invasori” questa sera: uno, due, tre… quattordici… Neanche pochi. Dopo qualche minuto di via vai di questi turisti ormai sudaticci sollevo di nuovo lo sguardo e noto il mio boss intento a parlare con un tizio sui trenta. Oh no! Il turista chiacchierone! Questo tizio gli farà mille domande su quello che dipingiamo qui, però…, eh dai, l’inglese lo mastica benino e non è neanche tanto sgarbato. Tempo tre minuti ed il mio boss mi farà scrivere il nome di ‘sto cretino su un chicco di riso, speriamo che abbia almeno un nome corto. Detto, fatto, questo individuo dalla camicia di marca e pieno di anelli che pare una checca si chiama Luca, quattro lettere, uno scherzo scriverlo su un chicco di riso. Scrivo il nome sul chicco di e lo passo al mio boss che a sua volta lo passa al turista inanellato, il turista sorride ed infila il cartoncino con incollato il chicco di riso nel taschino della camicia di marca, poi, come in preda al panico fugge via. Ritorna dopo qualche minuto con in mano un piccolo taccuino nero. E adesso? Cosa è saltato in testa a ‘sto pazzo? Hai il tuo bel chicco di riso con il tuo nome corto scritto sopra, non lo hai nemmeno pagato, ma cosa pensi, che io ormai sia abituato a starmene senza mangiare? Il turista si rimette a parlare con il boss, dal nulla saltano fuori dieci dollari americani, il mio boss si trasforma in uno zerbino e mette in tasca il biglietto verde, poi prende il taccuino verde e me lo passa, le pagine sono a quadretti e la carta sembra di buona qualità, ci mancherebbe, si tratta del taccuino di uno stupido turista italiano, quasi quasi me lo infilo in tasca e taglio la corda, se vado da Rama riesco a ricavarci almeno duemila Rupie, no no, meglio pensare ad altro. Ad un certo punto il turista taccuinesco, con tono gentile, mi chiede di fare un disegnino, ma che disegnino vuoi che ti faccia? Lui mi chiede di scrivere il suo nome in caratteri Hindi, il nome, sempre ‘sto nome corto, se non è narcisismo questo… Tempo cinque minuti e avrai il tuo nome corto sul tuo bel taccuino. Ecco fatto. Il turista prende il suo taccuino e osserva con attenzione il mio lavoro, gli occhi gli brillano, sorride, non sembrava un turista come gli altri, non so perché ma c’era in lui qualcosa di particolare era quasi simpatico, boh… Poi con un gesto quasi repentino mi porge di nuovo il taccuino e una penna, ma non era la solita penna degli hotel, era una vera penna. Prendo il taccuino e la vera penna e lo guardo con occhi interrogativi, lui con tono incoraggiante mi fa: “Scrivi sotto il tuo nome, non vergognarti di essere un artista, il talento di certo non ti manca.” Io lo guardo e sorrido, questo tizio è pazzo da legare, il mio nome, a chi interessa? Gli restituisco la penna ed il taccuino, lui insiste, il mio boss mi guarda storto e io scrivo il mio nome sotto a quel disegnino insulso. Restituisco tutto a quel turista psicopatico, lui rimane qualche istante ad osservare il taccuino aperto, poi si rivolge a me guardandomi negli occhi e mi ringrazia. La voce di Vikram, la guida di quella masnada di turisti, fa ripartire il tempo che sembrava essersi fermato. Il turista si allontana lentamente ed io ritorno al mio lavoro di ARTISTA.

N.0015 – 160218 – Listen To The Radio

Oggi nessuno ci fa caso, ma un tempo era il centro della vita familiare, delle famiglie che potevano permettersela. Era la radio. E’ la radio. Esatto quella voce che ti tiene compagnia, l’origine di quella musica che canticchi mentre guidi. Quella presenza discreta che ti accompagna per giornate intere ed anche per qualche nottata. Sei lì che guidi e le luci dei lampioni scorrono sul parabrezza, i tuoi pensieri sarebbero immobili nell’abitacolo come una nuvola di fumo, ma quella voce che esce dal cruscotto li smuove, dà loro un senso. E’ la radio. Tempo fa ho avuto la fortunata occasione di poter assistere ad un programma radiofonico da DENTRO la radio, dal punto preciso in cui nasce quella voce, dal punto preciso in cui la tua canzone preferita inizia a suonare. Aldilà di tutti gli aspetti tecnico organizzativi, la cosa che mi è rimasta più impressa è la passione con cui le persone FANNO la radio, l’impegno che ci mettono, le difficoltà che devono affrontare ogni volta che su quel pannello luminoso appare la scritta “ON AIR”. Alla fine della trasmissione, tornando a casa in macchina, ascoltando la stessa stazione in cui ero stato fino a poco prima, mi chiedevo quanto ci fosse di quelle persone nelle canzoni che trasmettono, nei programmi che mandano in onda. Mi sono reso conto del fatto che per percepire quelle piccole sfumature è necessario conoscere veramente bene quelle persone. Non ho avuto questa possibilità, però da quel giorno in poi la radio per me ha assunto un significato ed un valore completamente diversi.

N. 0005 – 220217

Quando ero uno studente dimenticai lo zaino sul treno, me ne accorsi subito dopo essere sceso a destinazione, ma troppo tardi per recuperarlo perché il treno era già ripartito. Andai presso la biglietteria della stazione ed informai il bigliettaio di quello che mi era accaduto. Lui gentilmente telefonò al controllore sul treno e mi disse che avrei potuto ritirare lo zaino alla stazione successiva. Mi ricordo che una volta recuperato lo zaino pensai che quell’oggetto aveva viaggiato più di me. Una settimana fa ho sepolto la capsula del tempo, quel contenitore ha iniziato il suo lungo viaggio nel tempo. Oggi la NASA ha annunciato la scoperta di un sistema solare simile al nostro a “soli” 40 anni luce da noi. Il nuovo sistema solare ha sette pianeti simili alla terra di cui tre potenzialmente abitabili. È suggestivo pensare che almeno uno di quei pianeti sia abitato. È ancora più suggestivo pensare che quella civiltà possa essere così evoluta da raggiungerci. Ma vedete, io sono un sognatore ed immagino che quel contenitore possa essere rivenuto da uno di loro. Come lo zaino, in quel buffo episodio del treno, così il contenitore avrà viaggiato più di me.