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N. 0026 – 251218 – “Mai prima delle cinque!”

“Mai prima delle cinque!” Lo diceva Corto Maltese ma lo diceva anche mia nonna quando si parlava di thè. Mia cugina ed io eravamo bambini quando nel tardo pomeriggio la nostra nonnina metteva il pentolino con l’acqua a bollire sulla sua leggendaria stufa a legna. Quell’acqua di lì a poco avrebbe incontrato la bustina del thè ed entrambe sarebbero affondate in una robusta tazza marrone e gialla, mia nonna usava tazze di quel colore. Era il momento più bello della giornata perché significava che avevamo finito di fare i compiti, significava che stavano per iniziare i cartoni animati. Era però anche il momento più triste perché di lì a poco sarebbero arrivati i nostri genitori a prenderci per portarci a casa. Non che a casa si stesse male, anzi! Ma il loro arrivo metteva fine ad un momento bellissimo. L’altro ieri, per qualche motivo che non riesco a spiegare, mi sono tornati in mente quei momenti, ho provato le stesse sensazioni. Oh, non mettete in mezzo Proust, quello non ha la minima idea di quello che ho provato io l’altro giorno.

N.0025 – 131118 – Accadde a Samarcanda

Il sole stava scomparendo dietro alla Madrasa di Sher Dor che si affaccia sulla grande piazza del Registan a Samarcanda. Una ragazza stava attraversando quell’enorme quadrato con passo veloce. I suoi occhi scuri tradivano la paura di essere vista da chi non avrebbe dovuto. Shaista, così si chiamava, era fuggita dal caravanserraglio dove si era accampata la carovana dei mercanti che il giorno dopo avrebbe allestito uno dei mercati più importanti della via della seta. La famiglia della ragazza era molto semplice ed eternamente in viaggio tra la magica Venezia e la suggestiva ed immensa Cina. Shaista stessa era nata in un carro durante una delle soste che la carovana faceva in occasione dei mercati, la giovane donna non si sentiva appartenere ad alcun luogo, la sua casa era soltanto la carovana e la sua famiglia erano i carovanieri. Ma quella sera era diversa, Shaista non se lo sapeva spiegare, era quasi arrivata a destinazione: una delle torri della Madrasa di Sher Dor, Hiram le aveva detto che si sarebbero incontrati nei pressi della piccola porta vicino alla torre. Hiram, occhi scuri come la notte ed un sorriso dolce, si erano visti ad una delle feste che i carovanieri allestivano il giorno prima del mercato. Shaista ballava attorno al fuoco assieme ad altre ragazze, ma Hiram non le aveva staccato gli occhi di dosso nemmeno per un istante. Si parlarono quella sera mentre il fuoco si stava spegnendo, si baciarono quando solo la luna avrebbe potuto vederli. Erano passati alcuni mesi ma il ricordo di quella sera era rimasto scolpito nei loro cuori.
“Ti devo dare una cosa.” Le aveva detto Hiram quando si rividero quella mattina all’arrivo in città. Shaista aveva il cuore in gola per l’emozione e non riuscì nemmeno a rispondere, sorrise.
“Vediamoci alla torre della Madrasa di Sher Dor, al tramonto, vicino alla porta.” Aveva aggiunto quel ragazzo dal sorriso dolce e lei non aveva fatto che ripetere a sé stessa quelle parole per tutto il giorno.
Ecco la porta, c’è qualcuno accanto ad essa, Hiram.
“Ti ha vista qualcuno?” Chiese il ragazzo.
“No, credo di no.”
“Shaista, non riesco a credere che questo momento sia reale, se fosse un sogno sarebbe il più bello che abbia mai fatto.”
“Anche io non riesco a crederci Hiram.”
Si abbracciarono e si baciarono. La luna sorrideva da dietro la torre.
“Ho qualcosa per te amore mio.” Disse Hiram. Nel frattempo, estrasse dalla tasca un piccolo sacchetto di tela chiuso con un lacciolo. Lo consegnò alla sua amata.
Shaista teneva il sacchetto tra le mani con la stessa delicatezza di chi ha appena raccolto un uccellino caduto dal nido.
“Aprilo.” La incoraggiò il giovane sorridendo.
La ragazza aprì il sacchetto e ne estrasse il contenuto. Si trattava di un anello di metallo lucido con delle strane incisioni.
Shaista se lo infilò istintivamente all’anulare sinistro. Calzava alla perfezione.
“Domani chiederò alla tua famiglia di prenderti in sposa.” Disse Hiram.
“Sono senza parole Hiram, sono troppo felice in questo momento ma ho anche tanta paura che tutto questo sia solo un’illusione, un sogno.”
“No, è tutto vero, dammi un pizzicotto.”
I ragazzi risero ma smisero subito quando sentirono delle voci e dei passi avvicinarsi.
Erano due uomini di corporatura robusta, i fratelli di Shaista, l’avevano seguita.
“Che ci fate qui voi! Shaista! Non puoi stare qui!” Gridò minaccioso uno dei due.
La ragazza non ebbe nemmeno il tempo di rispondere perché l’altro la prese per un braccio e la strattonò trascinandola via.
Hiram si scagliò su di lui ma l’altro uomo lo spinse contro il muro facendogli battere la testa.
Il ragazzo aprì gli occhi, era mattina, si trovava esattamente dove quell’uomo lo aveva scaraventato la sera prima. La testa gli faceva molto male, faticò persino ad alzarsi. Vicino ai suoi piedi c’era un oggetto luccicante, era l’anello che aveva regalato a Shaista!
Hiram non perse tempo, si mise a correre verso il caravanserraglio, voleva trovare Shaista e portarla via con sé. Avrebbero lasciato la città se fosse stato necessario.
Una volta arrivato allo spiazzo dove si accampano le carovane prima di entrare in città, Hiram ebbe l’amara sorpresa di vedere che il caravanserraglio era vuoto. L’intera area era deserta, c’era solo un vecchio che tentava inutilmente di allontanare la sabbia dagli scalini dell’ingresso ai dormitori.
“Cerchi qualcuno ragazzo?” Chiese il vecchio.
“Cercavo una persona, ma deve essere partita stanotte con la carovana.”
Il vecchio si mise a ridere.
“Ragazzo, credo che tu abbia dormito poco. Le carovane arriveranno solo il mese prossimo, sempre che arrivino. Ne passano sempre meno per Samarcanda. Sono mesi che qui non si ferma nessuno.”
Hiram rimase immobile guardando una nuvola di sabbia sollevata dal vecchietto, quella polvere assomigliava tanto al suo cuore.
Passarono trecento anni…
Un tizio in pantaloni corti si aggirava per la grande piazza del Registan, inquieto, sotto un sole cocente. Cercava la foto perfetta, l’inquadratura unica che nessuno era mai riuscito ad ottenere. La torre! Ecco, doveva salire su una di quelle torri! Era vietato? Non importa. Basta chiedere, alle volte ti rispondono di sì anche quando dovrebbe essere no. Una porticina basta entrare e si accede alla scala che porta in cima alla torre. Ma questo che cos’è? Un anello? Che ci fa qui?

N.0024 – 120518 – Arcangelo

Arkangelo

La stazione degli autobus era affollata nonostante l’ora tarda, borse di tutti i generi occupavano il marciapiede ed un odore acre di nafta e urine permeava l’aria, doveva essere una sorta di “tradizione” perché nessuno dei presenti ci faceva caso.  La pioggia incessante produceva un sottofondo suggestivo anche ed aveva dato uno spunto a quelle persone per starsene tranquille sotto alla pensilina. C’era un uomo di mezza età che guardava il vuoto, sembrava fissare ogni singola goccia che cadeva dal cielo, ed i suoi occhi scuri erano immobili sotto la visiera di un berretto scuro di foggia sovietica, la sua postura era molto rigida, quasi militaresca, un po’ come nella celebre statua del kolchoziano e della kolchoziana che esaltava gli splendori dell’epoca comunista ormai dissolta e le cui vestigia sono visibili solo nella muffa che rivestiva le pareti di quella stazione. Era un luogo strano perché sembrava abbandonato da anni, persino le persone che lo frequentavano sembravano fantasmi, apparizioni fugaci visibili solo a pochi. I capelli biondi ondeggiavano leggermente mossi dalla brezza generata, ad intervalli regolari, dal passaggio delle corriere in arrivo, il suo sguardo era perso nel vuoto o nella noia, o forse in tutti e due. La pelle bianca ed i capelli color dell’oro suggerivano una provenienza nordica, confermata anche dal cartello in lamiera semi arrugginita che campeggiava nelle vicinanze. “Arkangelo”, poco dopo sarebbe finita la città, anzi forse era già finita. Ad un primo sguardo sembrava essere sola, uno sguardo più attento avrebbe rilevato la presenza di una sorella forse più giovane e di una madre decisamente avanti con gli anni, nessuno poteva essere sicuro di questi legami, non erano vicine, sembravano persino non conoscersi, erano separate da svariati sacchetti di un anonimo supermercato stracolmi di ogni cosa. Come una mosca curiosa che svolazza insistentemente nei pressi di un dolce lasciato incustodito, un ragazzo di nome S., poco meno che trentenne, dall’aspetto trasandato, con addosso un paio di jeans sdruciti ed una t-shirt con impressa una grande “S” maiuscola, osservava e si appropinquava alla sua bionda preda… Dopo qualche attimo di esitazione decise di colpire. “Fa piuttosto freddo stasera, poi con questa pioggia…” Disse, in inglese, pronunciando le parole come fossero l’esca appena buttata nell’acqua da un astuto pescatore. La ragazza doveva averlo sentito e sorrise leggermente, ma non rispose. “Dove sei diretta?” Incalzò il ragazzo, sempre in inglese. “Arkangelo” Rispose lei come si trattasse di una sorta di parola d’ordine. “Presa!” Pensò il ragazzo e decise di tirare quindi la lenza. “Suona come un luogo lontano!” Disse con una certa meraviglia ed ammirazione. Nel frattempo, attorno a quella ragazza si era formato il vuoto, la sorella e la madre si erano misteriosamente allontanate come se quella ragazza fosse una sorta di trappola da abbandonare in attesa della preda. La ragazza conservò lo stesso sorriso, il suo sguardo era luminoso anche in virtù dei suoi occhi di un azzurro molto intenso, accentuato forse dalle luci al neon della pensilina. Tutt’attorno si era creata una strana atmosfera, era come se quella stazione degli autobus si fosse improvvisamente svuotata, i muri bianchi, coperti di graffiti illeggibili e manifesti strappati, erano diventati un tutt’uno con il marciapiede. “Arkangelo.” Pensò il ragazzo, un luogo davvero lontanissimo, di quelli che sulle mappe sono scritti in piccolo e ci si chiede a chi diavolo può essere venuto in mente di viverci. Quegli occhi color zaffiro lo scrutavano, tutto quel continente infinito lo scrutava. Poi all’improvviso il rumore di un vecchio motore diesel irruppe in quella stazione che sembrava l’unico approdo sicuro da qualsiasi tempesta, l’unico luogo da cui tornare a casa, tutte le persone in attesa dell’autobus riapparvero, i capelli biondi ondeggiarono di lato, salirono sul pullman mischiandosi tra la folla e le buste di plastica. “Arkangelo”, così come era scritto… O forse non era mai accaduto nulla. S. mise la mano in tasca, sentì al tatto alcune bustine di plastica, sorrise, quella sera qualcuno si sarebbe divertito oppure sarebbe morto, da quelle parti non faceva molta differenza, si appoggio ad una delle colonne della pensilina ed attese il suo autobus.

N.0023 – 010518 – I Piccoli Aiutanti Di Babbo Natale

the_hands_resist_himQuello stupido uccello di legno era uscito già sette volte di fila da quellinsulsa casetta appesa al muro e per sette volte aveva ripetuto il suo verso acuto e stridulo. Attorno a quella insignificante casetta di legno cerano molti muri, spessi e robusti, tutti di colore bianco candido, due metri più in basso si estendeva un pavimento che passava sotto a tutti i muri e che andava a morire addosso ad un altro fatto di cemento grezzo, quasi gli cedesse il testimone di unimmaginaria staffetta immobile. Oltre quel piccolo litorale di cemento si estendeva un altrettanto piccolo oceano di pietruzze gialle, la chiamano “ghiaia di Sarone” o qualcosa del genere. In mezzo a quelloceano, come fosse unenorme piattaforma petrolifera, cera una griglia piena di braci ardenti su cui stavano arrostendo delle succulente cosce di coniglio. Il profumo emesso da quelle strane piattaforme si espandeva in tutto il piccolo oceano e raggiungeva anche le terre vicine, le terre abitate dai PICCOLI AIUTANTI DI BABBO NATALE. Nessuno aveva mai capito bene perché si chiamassero in quel modo così bizzarro. I piccoli aiutanti di Babbo Natale erano dei cagnolini estremamente viziati che vivevano apparentemente liberi nei giardini ordinati e ben tenuti di case bellissime. Un osservatore esterno, poco attento, che fosse passato di lì per caso e che avesse notato i piccoli aiutanti di Babbo Natale, beh, avrebbe pensato di certo che quei cagnolini erano le bestiole più felici del mondo. Quelle bestiole non necessitavano di nulla, avevano spazio per correre, cibo a volontà, acqua limpida e pura, tutta la loro esistenza si svolgeva nella più totale tranquillità, nel più totale silenzio interrotto ad intervalli regolari dal canto stonato di quelluccello che sbucava ad intervalli regolari dalla sua casetta di legno. Il silenzio, proprio IL SILENZIO, se quei cani avessero smesso di udire il battito del loro cuore non sarebbero più stati consapevoli di essere ancora in vita, finché un giorno non cominciò a diffondersi quellodore. Si trattava di un odore inebriante, provocante, una novità, qualcosa dignoto che invece di intimorire attraeva a sé i piccoli aiutanti di Babbo Natale. Un osservatore abbastanza attento avrebbe capito che lorigine di quellodore si poteva individuare in una piattaforma che si trovava oltre il muro di confine che delimitava il territorio dei cagnolini rispetto a quello che cera fuori, si trattava di un muro non molto alto sormontato da una rete metallica verde che i piccoli aiutanti di Babbo Natale non avrebbero mai e poi mai potuto superare nemmeno nei loro sogni più arditi. I piccoli aiutanti erano tutti lì come ad un appuntamento segreto che nessuno gli aveva mai dato e che nessuno aveva organizzato, erano tutti lì in fila con le zampine appoggiate sul muretto del CONFINE e con i nasini pressati nelle larghe maglie del reticolato, i loro volti erano sorridenti e pieni di una speranza che sembrava non essere mai passata da quelle parti ma che ora traspariva traboccante dai loro occhietti luminosi. Il silenzio tuttavia continuava ad imperversare finchè, allimprovviso, quasi si trattasse di una magia, quasi si trattasse di un miracolo che si stava realizzando e che per il quale nessuno aveva mai pregato. Quasi dal nulla, ecco non dal nulla, dal silenzio, esatto dal SILENZIO, una mano, la mano di un uomo si muoveva con lentezza reggendo lassù in alto quella che sembrava lorigine unica, il nucleo, di quel profumo. Gli occhi di quei cagnolini erano tutti puntati verso lalto come durante la notte di San Lorenzo in cui si cerca di individuare qualche stella cadente che realizzi un nostro desiderio. Allimprovviso la LORO stella cometa aumenta di velocità e cade su quel prato verde e ben rasato. Il silenzio, nullaltro, i piccoli aiutanti rimasero immobili poi però con cautela e diffidenza si avvicinarono a quelloggetto misterioso ma appetitoso. Un rapido scambio di sguardi, unintesa nata in un istante ma che sembrava di chi compie le stesse azioni da anni, sguardi luminosi e poi VIA! I pochi istanti la salsiccia, poiché tale era loggetto misterioso, divenne solo un ricordo ed i cagnolini si ripresentarono con i loro nasini schiacciati contro le maglie del reticolato verde. Quello strano prodigio ebbe a ripetersi. Un braccio enorme e muscoloso reggeva una forchetta che infilzava unaltra salsiccia succulenta. La salsiccia profumata, la forchetta, il braccio fino ad arrivare ad un sorriso e a due occhi scuri e luminosi. Unaltra salsiccia appetitosa atterra sul prato color verde intenso, dopo essere partita da quello strano cratere pieno di braci ardenti. I piccoli aiutanti di Babbo Natale la fecero sparire in pochi secondi, la loro vita sembrava definitivamente cambiata, migliorata. La giornata su quello strano mondo paradossalmente perfetto stava piano piano volgendo al termine. I cagnolini erano ancora lì con il nasino appiccicato alla rete, quandecco che una voce dal tono gentile ma decisamente autoritario li chiamò, non si era mai sentita quella voce eppure risultava familiare, i cagnolini come ipnotizzati si allontanarono dalla rete. Lodore sublime che poco prima aveva attirato quelle bestiole ora stava svanendo, il cratere si stava spegnendo e nessuno reggeva più una forchetta con infilzata una salsiccia. Il suono lontano di quel maledetto uccello di legno si sentiva sempre meno, non perché si fosse zittito ma solo perché nessuno ci faceva caso.

(nella foto: “The Hands Resist Him” di Bill Stoneham, 1972)

N.0022 – 200418 – AMIT

AmitJaipur, 28 Settembre 2006.

Mi chiamo Amit e abito in un piccolo villaggio tra Jaipur ed Agra, ho 11 anni e mi piace disegnare, uso pennelli fatti con pelo di scoiattolo, è pieno di scoiattoli qui, ci sono anche molte scimmie ma il loro pelo non va bene per disegnare. Era una sera come tutte le altre, umida e afosa. Tanto per cambiare non stavo dipingendo nulla di impegnativo, il solito maraja che passa con il suo corteo, ormai conosco a memoria quel dipinto l’ho fatto mille volte, non riuscirei a farlo diversamente, nemmeno una volta, nemmeno se volessi, nemmeno per diecimila Rupie… Ehhh diecimila Rupie, ad avercele! Anche diecimila Euro, quelli sarebbero ancora meglio, no, sto fantasticando troppo, meglio ritornare al mio dipinto, certo che oggi fa proprio caldo. Eccoli qua i soliti turisti, oggi hanno fatto proprio tardi, guardali lì, tutti con la loro macchina digitale, il loro cellulare nuovo, belli e puliti sempre. Appena sono entrati nella bottega l’ho capito subito che erano turisti italiani, i loro occhi si sono posati subito su di me, sul lavoro che stavo facendo, solo gli italiani hanno questa sensibilità o almeno fanno finta di averla, non importa, non fa differenza basta che alla fine della fiera ci scappi qualche Rupia per me. Strano, il mio boss non è ancora arrivato ad accogliere gli “ospiti”, non tarderà molto. Neanche detto eccolo che arriva zoppicante ma sorridente come si conviene con i turisti, adesso inizierà con la solita storiella inventata di quando è andato in Italia, vediamo quanti ci cascano stavolta. Mi viene da ridere, l’Italia, se questi turisti rompiscatole sapessero quanto è difficile e costoso ottenere un visto per entrare nel loro Paese non crederebbero nemmeno ad una parola del racconto delirante del mio boss. Qui il dipinto non va avanti se continuo a sorridere a questi debosciati che hanno avuto il coraggio e l’imprudenza di venire fino a qui. Io non le capisco queste guide, si ostinano a far venire qui ‘sti sfigati che non comprano mai niente e ficcano le mani dappertutto, ma cosa siete venuti a vedere? La miseria? Servivano otto ore di di aereo e chissà quante di pullman per venire a sentire l’odore della fame? Per sentire il suono della disperazione? Le anime vuote ci sono anche da VOI. Magari ce ne sono molte di meno, ma ci sono. E’ meglio che mi distragga dipingendo altrimenti poi non sorrido più ed il boss mi picchia. Vediamo quanti sono gli “invasori” questa sera: uno, due, tre… quattordici… Neanche pochi. Dopo qualche minuto di via vai di questi turisti ormai sudaticci sollevo di nuovo lo sguardo e noto il mio boss intento a parlare con un tizio sui trenta. Oh no! Il turista chiacchierone! Questo tizio gli farà mille domande su quello che dipingiamo qui, però…, eh dai, l’inglese lo mastica benino e non è neanche tanto sgarbato. Tempo tre minuti ed il mio boss mi farà scrivere il nome di ‘sto cretino su un chicco di riso, speriamo che abbia almeno un nome corto. Detto, fatto, questo individuo dalla camicia di marca e pieno di anelli che pare una checca si chiama Luca, quattro lettere, uno scherzo scriverlo su un chicco di riso. Scrivo il nome sul chicco di e lo passo al mio boss che a sua volta lo passa al turista inanellato, il turista sorride ed infila il cartoncino con incollato il chicco di riso nel taschino della camicia di marca, poi, come in preda al panico fugge via. Ritorna dopo qualche minuto con in mano un piccolo taccuino nero. E adesso? Cosa è saltato in testa a ‘sto pazzo? Hai il tuo bel chicco di riso con il tuo nome corto scritto sopra, non lo hai nemmeno pagato, ma cosa pensi, che io ormai sia abituato a starmene senza mangiare? Il turista si rimette a parlare con il boss, dal nulla saltano fuori dieci dollari americani, il mio boss si trasforma in uno zerbino e mette in tasca il biglietto verde, poi prende il taccuino verde e me lo passa, le pagine sono a quadretti e la carta sembra di buona qualità, ci mancherebbe, si tratta del taccuino di uno stupido turista italiano, quasi quasi me lo infilo in tasca e taglio la corda, se vado da Rama riesco a ricavarci almeno duemila Rupie, no no, meglio pensare ad altro. Ad un certo punto il turista taccuinesco, con tono gentile, mi chiede di fare un disegnino, ma che disegnino vuoi che ti faccia? Lui mi chiede di scrivere il suo nome in caratteri Hindi, il nome, sempre ‘sto nome corto, se non è narcisismo questo… Tempo cinque minuti e avrai il tuo nome corto sul tuo bel taccuino. Ecco fatto. Il turista prende il suo taccuino e osserva con attenzione il mio lavoro, gli occhi gli brillano, sorride, non sembrava un turista come gli altri, non so perché ma c’era in lui qualcosa di particolare era quasi simpatico, boh… Poi con un gesto quasi repentino mi porge di nuovo il taccuino e una penna, ma non era la solita penna degli hotel, era una vera penna. Prendo il taccuino e la vera penna e lo guardo con occhi interrogativi, lui con tono incoraggiante mi fa: “Scrivi sotto il tuo nome, non vergognarti di essere un artista, il talento di certo non ti manca.” Io lo guardo e sorrido, questo tizio è pazzo da legare, il mio nome, a chi interessa? Gli restituisco la penna ed il taccuino, lui insiste, il mio boss mi guarda storto e io scrivo il mio nome sotto a quel disegnino insulso. Restituisco tutto a quel turista psicopatico, lui rimane qualche istante ad osservare il taccuino aperto, poi si rivolge a me guardandomi negli occhi e mi ringrazia. La voce di Vikram, la guida di quella masnada di turisti, fa ripartire il tempo che sembrava essersi fermato. Il turista si allontana lentamente ed io ritorno al mio lavoro di ARTISTA.

N.0019 – 090318 – L’Aquila D’Oro (1a parte)

 

062Il nonno di Marco si chiamava Giovanni, classe 1925, emigrato in Argentina poco prima della fine della Guerra. Quaranta anni di lavoro in una carpenteria metallica, era diventato bravo ed il suo capo lo aveva sempre trattato bene, poi in pensione con una bella sommetta. Nel corso degli anni si era sempre tenuto in contatto con i suoi famigliari tramite una fitta corrispondenza, di carta, quella che profuma vecchio. Poi le lettere erano diventate un modo di comunicare antiquato ma Giovanni aveva continuato, non si era mai arreso alle tecnologie moderne, tuttavia le risposte dei parenti rimasti in Italia si diradavano con il passaggio a miglior vita dei suoi cari. La vita “italiana” di Giovanni era cambiata nel corso degli anni: nipoti nuovi, sorelle che non ci sono più, tutto attraverso lettere e fotografie che lui custodiva gelosamente. Un giorno di ottobre Giovanni decise di fare una passeggiata, quattro passi in riva al mare, viveva a poca distanza dal vecchio porto. Quella mattina una strana malinconia si era impadronita di lui e così si ritrovò, senza quasi rendersene conto, ad osservare l’oceano. L’acqua del mare gli bagnava i piedi e quelle piccole onde che arrivavano al bagnasciuga sembravano invitarlo a procedere oltre, ad inoltrarsi in quell’immensa distesa d’acqua verde e azzurra. Gli occhi del vecchio osservavano l’orizzonte, oltre quella sottile linea bianca c’era la sua casa, quella vera, sembrava così vicina, gli bastava arrivare a quella linea ed era di nuovo a casa sua. Anche se erano passati tanti anni e ormai Giovanni si era perfettamente integrato nel tessuto sociale del Paese che lo aveva accolto, si era sposato ma non aveva avuto figli, si era fatto molti amici, il denaro non era più un problema, insomma aveva fatto fortuna. Nonostante tutto questo non aveva mai considerato quel Paese come casa sua. L’Argentina gli aveva dato un lavoro e lui lo aveva sempre svolto con impegno, non si era mai messo nei guai: lui aveva dato tanto all’Argentina e tanto aveva ricevuto, erano pari. Mentre l’oceano si rifletteva nei suoi occhi chiari una lacrima scese sulla sua guancia e nella sua mente si fece largo una decisione, una vera e propria idea. Giovanni non avrebbe finto i suoi giorni all’estero da emigrante. Voleva ritornare a casa sua a Cividale, voleva ritrovare i suoi luoghi, rivederli prima che fosse troppo tardi. Di tutti i parenti con cui aveva corrisposto nel corso degli anni, l’unico che gli era rimasto era suo nipote Marco, il figlio di sua sorella minore. A dire la verità Giovanni e Marco, si erano scritti poco nel corso degli anni, in pratica solo per gli auguri di Natale e Pasqua. Marco era un affermato architetto, aveva cinquant’anni, una moglie e due figli grandi che ormai avevano ognuno una famiglia propria. Un giorno Giovanni decise di scrivere a Marco, l’unico legame che gli era rimasto con la sua terra. La sicurezza che si era manifestata quando era in riva all’oceano si stava scontrando con la realtà l’anziano emigrante non nutriva molta speranza in una risposta positiva da parte del nipote. Dopo circa tre settimane Giovanni ricevette la risposta del nipote e ne fu contentissimo, era al settimo cielo. Nella lettera Giovanni manifestò al nipote il suo desiderio di ritornare in Friuli per rivedere per un’ultima volta i luoghi della sua infanzia, non sarebbe stato di peso per Marco e la sua famiglia, avrebbe pagato tutto lui. Marco accettò volentieri la proposta dello zio e così iniziò tra loro una fitta corrispondenza cartacea e telefonica. Zio e nipote si misero d’accordo per tutti i preparativi: i documenti, l’alloggio, il programma della visita, etc. Per mezzo delle lettere organizzarono tutto nei minimi dettagli. Infine arrivò la sera prima della partenza e gli occhi azzurri di Giovanni osservavano l’orizzonte, una linea sottile sopra l’oceano, lo stesso mare dal quale era arrivato molti anni prima. Il vecchio pianse in silenzio preparò subito i bagagli e partì alla volta dell’Italia, del suo Friuli.

N.0015 – 160218 – Listen To The Radio

Oggi nessuno ci fa caso, ma un tempo era il centro della vita familiare, delle famiglie che potevano permettersela. Era la radio. E’ la radio. Esatto quella voce che ti tiene compagnia, l’origine di quella musica che canticchi mentre guidi. Quella presenza discreta che ti accompagna per giornate intere ed anche per qualche nottata. Sei lì che guidi e le luci dei lampioni scorrono sul parabrezza, i tuoi pensieri sarebbero immobili nell’abitacolo come una nuvola di fumo, ma quella voce che esce dal cruscotto li smuove, dà loro un senso. E’ la radio. Tempo fa ho avuto la fortunata occasione di poter assistere ad un programma radiofonico da DENTRO la radio, dal punto preciso in cui nasce quella voce, dal punto preciso in cui la tua canzone preferita inizia a suonare. Aldilà di tutti gli aspetti tecnico organizzativi, la cosa che mi è rimasta più impressa è la passione con cui le persone FANNO la radio, l’impegno che ci mettono, le difficoltà che devono affrontare ogni volta che su quel pannello luminoso appare la scritta “ON AIR”. Alla fine della trasmissione, tornando a casa in macchina, ascoltando la stessa stazione in cui ero stato fino a poco prima, mi chiedevo quanto ci fosse di quelle persone nelle canzoni che trasmettono, nei programmi che mandano in onda. Mi sono reso conto del fatto che per percepire quelle piccole sfumature è necessario conoscere veramente bene quelle persone. Non ho avuto questa possibilità, però da quel giorno in poi la radio per me ha assunto un significato ed un valore completamente diversi.

N.0013 – 020218 – Parlando con le rane

27072801_10213943112204593_7757189668489233641_nIn una calda mattina di primavera mi ritrovai ad osservare due grandi occhi color dell’oro posarsi leggeri sui fili d’erba appena tagliata. Gli stessi occhi poi incontrarono quelli di una bambina bionda e si fecero dolci come quelli di una mamma. Mani che si stringono, una piccola ed una grande, una voce gentile e l’invito ad osservare le rane. Gli occhi curiosi, brillanti d’azzurro come zaffiri, s’illuminarono alla vista di quei piccoli anfibi. Il sole risplendeva tra i capelli dorati della donna che stringeva la mano della bambina. Mille pensieri si affollavano nella sua mente. Voglia di fuggire o di fermare il tempo, di sentire il battito del proprio cuore che accelera. Un piccolo insetto, una coccinella forse, non è importante, si posa su una foglia ed osserva la scena… Sente solo il battito del cuore di quella donna, l’osserva, vorrebbe fermare il tempo.

(Foto by: Linda Fiore)

N. 0004 – 140217

​La Casa n. 401

La casa n. 401, nel 1871 era quella del sarto, si trovava al limitare del paese, vicino a dove ora c’è il cimitero. La flebile luce di una lampada a petrolio illuminava il volto sfigurato di una giovane donna che in un freddo pomeriggio di novembre stava dando alla luce un bambino. Il sarto attendeva fuori dalla porta della camera da letto mentre all’interno la levatrice del paese prestava le sue cure alla giovane mamma. Fuori la strada era buia e scoscesa, infangata dalla copiosa pioggia che era caduta nei giorni precedenti e che stava cadendo anche quel giorno. Il sarto non sarebbe riuscito a far registrare la nascita del figlio quel giorno. Il municipio era troppo distante. Ci sarebbe andato solo quattro giorni dopo. Il figlio poi sarebbe cresciuto sano ed il sarto avrebbe venduto la casa n. 401 per andare a vivere in una più grande, forse, non si saprà mai con certezza. Il sarto e sua moglie, probabilmente, parteciparono alle nozze del figlio, non si sa con certezza. È certo che il giovane uomo andò in guerra e tornò sano e salvo in una fredda mattina di settembre. Lo videro arrivare a piedi attraverso quella strada scoscesa. Suo padre e sua madre non lo videro. Il figlio del sarto ebbe tre figli, sposò una donna ricca e severa. I tre figli emigrarono tutti, nessuno fece fortuna: uno tornò con denaro sufficiente a pagare i debiti che il sarto aveva accumulato per l’acquisto della nuova casa. La lampada a petrolio si era trasformata in una debole lampadina di pochi watt. Un altro dei figli mangiò tutti i suoi averi ma si rifece in tarda età. Il terzo morì in povertà per colpa del suo orgoglio. Uno dei tre figli sposò una donna avveduta che tenne testa persino ai tedeschi invasori che arrivarono all’improvviso in una fredda serata di novembre, lungo la strada dura e scoscesa. Ebbero tre figlie, intelligenti. Una di loro sposò un uomo buono che arrivò in un mite pomeriggio di primavera, il loro amore diede origine ad un figlio che scrisse questa storia. La mente torna inevitabilmente al sarto e a quel freddo pomeriggio di novembre, alla luce della lampada a petrolio, a sua moglie, alla levatrice… alla casa n. 401.